Verso Portofino

È una piccola fotografia in bianco e nero e risale al 1936.
Racconta un viaggio, breve ed emozionante, sulle onde del mare verso Portofino.
Sulla motonave Vittoria, con il vento che accarezza la pelle.
E narra di lei, che se ne sta così appoggiata mentre ammira il panorama.
E pensa, forse sogna e fantastica, magari ricorda.
Così con grazia, con il cappellino bianco, gli occhiali da sole, i guanti neri e la pochette scura tra le mani.

E ci sono altri viaggiatori sulla motonave Vittoria, in questo scorcio di passato che richiede giochi di fantasia.
E si immaginano sguardi meravigliati, visi rasserenati dalla bellezza del panorama, in un giorno di un tempo perduto.
Navigando sul Mar Ligure.

Fino a quando comparirà all’orizzonte il profilo di uno dei gioielli della Riviera di Levante.

Navigando verso Portofino, indossando un impeccabile tailleur con una cifra di inarrivabile eleganza.
Cullati dalle onde che portano via il tempo e anche i pensieri.

Una piccoletta molto grintosa

A volte dai ritratti e dalle fotografie paiono trasparire i tratti del carattere e alcune peculiari pieghe della personalità.
Lei, ad esempio, doveva essere una piccoletta molto grintosa.
Eccola qui, con i suoi riccetti, il broncio un po’ annoiato, gli occhi grandi e stupefatti.

Le hanno messo un vestitino che è tutto una delizia di nastri, arricciature, fiocchi e pizzi ma lei sarebbe più un tipetto da jeans e maglietta.

E invece se ne sta lì, ritta sulla poltroncina con le sue scarpine vezzose e le calzine scure.

Con questo visetto così eloquente che ci “racconta” tanto di lei e della sua frizzante vivacità.

Ritratta in un tempo lontano dal sempre bravissimo fotografo Sciutto, lei doveva essere proprio una piccoletta molto grintosa.

Il figlio unico

All’epoca delle famiglie numerose lui era figlio unico, per lo meno credo che lo sia stato per un certo periodo se non proprio per tutta la vita.
Così eccolo tra mamma e papà, in un’armonia di famiglia così catturata dal bravo fotografo Giulio Rossi.

Papà è un tipo bonario, anche se nella foto pare quasi austero mi pare di cogliere, autentica, una vena di buon cuore e una positiva inclinazione del carattere.
Le fotografie a volte parlano, chissà se davvero noi sappiamo leggerle.

Maman è giovane, più di quanto voi possiate supporre.
Maman ha avuto i suoi dispiaceri, probabilmente, forse ha solo un figlio perché gli altri li ha perduti, accadeva di sovente alla sua epoca.
Eccola nella sua fierezza con i suoi gioielli, gli orecchini importanti e la pettinatura complicata.

Il figlio unico hai il completino con i dettagli ricercati.
Dal suo abito, e non solo, si intuisce che la sua famiglia di appartenenza gode di certi agi, lui è cresciuto in un ambiente privilegiato.

Stivaletti, pantaloni sotto il ginocchio e tutta la vita davanti.

E una gestualità famigliare che racconta di accudimento e cura: il bambino è tra braccia del papà il quale stringe nella sua mano salda le dita sottili del suo piccino.
La mamma invece regge il ventaglio e al contempo sfoggia i suoi anelli favolosi con le pietre preziose.

Era un giorno di un tempo lontano, nello Studio di Giulio Rossi.
C’era il consueto scenario tante volte ritrovato in altri ritratti: la sedia con le frange, il tavolino con i libri posati sopra, il tempo sospeso della fotografia.
E là, insieme alla sua mamma e al suo papà, con la giacchetta aperta e lo sguardo esitante c’era lui: il figlio unico.

Monumento Diena: la ragazza con i fiori

La ragazza con i fiori si staglia eterea sul sepolcro della famiglia Diena, mentre il sole lambisce le sue fattezze aggraziate.
La tomba è collocata nel campo antistante il Porticato Sant’Antonino al Cimitero Monumentale di Staglieno, la figura diafana della fanciulla è opera magnifica dello scultore Vittorio Lavezzari che la realizzò nell’anno 1915.

La giovane ha il viso bellissimo così incorniciato dalle morbide chiome.

E compie un gesto gentile e misericordioso: posa i fiori in omaggio ai defunti e in loro indelebile memoria.

E così si china, porgendo il suo odoroso dono.
La figura esile e sinuosa rispecchia appieno i dettami stilistici del liberty, restituendo l’immagine di una femminilità armoniosa e leggiadra.

La ragazza stringe a sé quei boccioli profumati.

E così la si ammira quando ad accarezzarla è soltanto l’ombra.

E i fiori che lei dona non sfioriscono mai, eterno ricordo delle persone amate.

Cosi resta la ragazza con i fiori, rischiarata da un raggio di sole, nella quiete mistica del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Le bambine della IV B

Loro sono le bambine della IV B e se ne stanno sedute sui sassi, una vicina all’altra.
Portano i capelli a caschetto, le collanine, i vestiti bianchi, hanno le facce un po’ imbronciate o magari stupite.
Le bambine della IV B sono vivaci ma anche studiose, molte hanno un libro tra le mani.

E molte di loro sfoggiano un grande fiocco vezzoso per trattenere i capelli.

Al centro della foto c’è la signora maestra.
Lei è giovane, appare forse severa con quel cappellino chiaro e l’espressione seria.
Per le bambine della IV B la signora maestra è una guida, un esempio, una luce, la signora maestra conosce tante cose ed è bellissimo che una giovane donna come lei sia così indipendente, alcune bambine della IV B sognano di diventare proprio come lei.
E ci riusciranno, bambine come queste possono fare qualunque cosa vogliano, questo è sicuro!

Per adesso stanno qui, in attesa di diventare grandi mentre il tempo scorre come la marea.

Condividono segreti, gioie, piccole delusioni e grandi conquiste.
Ne hanno di strada da percorrere!

Conservo questa loro foto e a tergo una mano gentile ha scritto: classe IV B.
Ci sarà un tempo per ogni cosa, per ognuna di loro.
Loro sono le bambine della IV B, una vicina all’altra e tutta la vita davanti.

Un amore di un tempo lontano

E questo è un amore di un tempo lontano, ne è rimasta appena qualche traccia su due cartoline che ho di recente acquistato: le scrisse, in certi giorni del 1912, un certo Tiberio.
Tiberio mandava queste cartoline a lei che aveva un posto speciale nel suo cuore: il nome di lei era Concettina ma lui si rivolge a lei chiamandola angelo mio.
Ora, tra i due si percepiscono certe differenze nei tratti del carattere ed è lui a scriverlo, mentre le dice: ho stretto al cuore la tua cartolina cara.
E poi aggiunge di voler comprendere quei sentimenti che tu con timidezza tanto soave non mi manifesti.
Concettina è ritrosa e avrà ben avuto le sue ragioni che però, ahimé, mai conosceremo.
E Tiberio insiste e le chiede: dimmi tutto ciò che senti nel cuore in ogni tuo affetto.
Con la sua calligrafia elegantemente inclinata così dichiara il suo amore a lei, scrivendo fitto fitto sul retro di questa cartolina.

E come potete notare accanto a quelle due figure che si librano eteree c’è una di quelle scritte che spesso si trovano su cartoline di questo genere.
Non c’è possibilità di fraintendimento nelle intenzioni di Tiberio perché sulla cartolina si legge: ci ameremo tanto e staremo così sempre uniti. Infuocati baci.
Come se non bastasse il nostro poi aggiunge di suo pugno sul retro: tanti baci ardentissimi.
C’è poi una seconda cartolina sulla quale sono stampare altre parole d’amore.
È un po’ un tono melodrammatico, immaginate però la nostra Concettina mentre tiene la cartolina tra le mani.

E altre ancora sono scritte da Tiberio alla sua amata, mi rammarico di non aver trovato le risposte di Concettina alle romantiche cartoline di Tiberio.
Questo è un amore di un tempo lontano, lo ricordiamo con la speranza che sia stato felice e gioioso.

Le ragazze

Le ragazze sono coraggiose, riflessive, testarde, a volte sognatrici e a volte disilluse.
Le ragazze sono state bambine obbedienti o capricciose, ognuna di loro è forza e dolcezza insieme.
Le ragazze stanno così in posa, una vicina all’altra, con gli occhi sgranati sul loro futuro.

L’abito a righe oppure con le pieghe, i capelli scuri, gli orecchini minuti e il cerchietto, tra le ragazze si colgono anche certe somiglianze.

Una giovinezza intrepida o uno sguardo incerto, tutte le sfumature della loro femminilità.

Le ragazze leggono, studiano, desiderano migliorarsi e poter definire il loro cammino nel mondo.

Un fiocco, una camicia graziosa, il tempo di fiorire.
Le ragazze attendono la vita che verrà, con la fiducia dei loro pochi anni, fiere di essere le ragazze che sono.

Amore senza fine

Il loro era un amore senza fine, io credo.
Non so nulla di loro ma i loro sentimenti traspaiono da quegli sguardi complici e dai sorrisi che descrivono una felicità completa.
Lei è bella come una diva di Hollywood dei suoi tempi, ha i capelli biondi, la messa in piega perfetta, un filo di rossetto, gli orecchi piccoli ai lobi, ha una dolcezza leggiadra e raffinata.
Lui la guarda trasognato, c’è un’intesa perfetta tra di loro.
È questa la gioia dell’amore per la quale è difficile trovare le parole.

Lui tiene un libro tra le mani, porta la cravatta e il cardigan con lo scollo a V, lei è elegantissima nel suo tailleur.
Sono insieme, in un giorno di ottobre del 1948 a Cortina.
Si amano, si comprendono, si aiutano vicendevolmente.
Insieme.
Insieme nelle strade della vita, anche in quelle accidentate e difficili da percorrere.
In un tempo che diverrà ricordo, commozione e a volte forse nostalgia.
Loro sono Maria Livia ed Emanuele, il loro era un amore senza fine.

Assenze

Talune assenze altro non sono che prepotenti presenze, palpabili, sentite e reali, questo è ciò che ho pensato accostando due fotografie che fanno parte della mia piccola raccolta.
Assenze, ricordi.
La prima fotografia ci mostra due fratellini, paiono diligenti e obbedienti, la bimba porta un bel fiocco tra i boccoli e tiene tra le mani un foglio.
E forse potrebbe quasi sembrare che i due abbiano scritto una bella letterina, una di quelle piene di parole affettuose e ingenue.
Forse.
Una lettera.
L’assenza.

Uno sguardo che li protegge e veglia su di loro.
Da lontano, ovunque.
Un’assenza che diviene reale.

Lei invece è una sposa e una giovane madre.
È una ragazza semplice ma credo anche fortissima e capace di affrontare le tempeste della vita.
Accenna un sorriso.
Salda, sicura, come crede sia giusto essere.

Accanto a lei il frutto del suo amore.
E il cappello del soldato: il capofamiglia, il padre, il marito, la sua assenza.
La mamma tiene la mano posata con amorevole cura sulla spalla della sua creatura.
E lì, inesorabile, l’assenza.

Il ricordo non ha bisogno di parole, la memoria freme nelle emozioni che restano e in quei legami eterni che nessuna assenza può spezzare.

Quando fa freddo

Quando fa freddo bisogna coprirsi bene, a Genova poi c’è sempre vento e bisogna pensare a ripararsi nel modo giusto.
E allora, quando fa freddo, ci vuole una comoda cuffietta morbida che copra le orecchie e incornici il visetto, in questa maniera si sta proprio bene.
E poi, anche quando fa freddo, bisogna sempre indossare un bel sorriso, quello è ovvio!

Poi ci vuole un manicotto per tenere le manine al caldo.

E anche un bel cappottino chiaro che ripari bene, poi bisogna mettersi le calzine chiare e le scarpine con il passante.

Ora, così vestita di tutto punto, la piccoletta è pronta per la sua passeggiata.
Senza timore del freddo, con un sorriso radioso e tutta la vita davanti.