Tre ragazze

Sono tre ragazze.
Sono tre sorelle, io credo.
A ben guardare, infatti, indossano identiche candide camicie e il loro abbigliamento è un capolavoro di raffinatezza.
La camicia è rifinita con un pizzo pregiato, sulle spalle si notano tondi bottoncini che paiono foderati di stoffa.
Le ragazze hanno gli occhi grandi e ingenui, i capelli mossi e folti che portano divisi in boccoli setosi e raccolti da un grande fiocco.
Una delle due ha una collana di pietre dure, l’altra una catenina con un ciondolo.

E poi c’è lei, la più giovane delle tre.
Con il suo sorriso appena accennato, il fiocco grande sul capo e i guanti che le arrivano ai gomiti, certamente anche le altre due ragazze indossano quei guanti anche se nella foto non sono visibili.

Sono tre ragazze ritratte nel 1920 nella grazia luminosa della loro prima giovinezza nello studio del fotografo Arizio.
Nei loro sguardi si leggono dolcezza, ingenuità, fiducia in quel futuro che tuttavia avrà le sue ombre.
Loro attendono la vita e le sue promesse, nel tempo delle speranze.

Camminando nel passato di Via Cairoli: spille, ciondoli e orecchini preziosi

Osservando le foto d’epoca si nota che le fanciulle erano sempre solite indossare piccoli gioielli, monili preziosi, anelli e bracciali.
Sovente poi indossavano spille sontuose a chiudere gli abiti o le camicie dai tessuti pregiati.
E di certo alcuni di questi gioielli provenivano dal fornitissimo negozio del Signor Angelo Cadeddu, io ho avuto la fortuna di imbattermi nella sua attività qualche anno fa durante uno dei miei giri ai mercatini.
Ho infatti acquistato una serie di 15 albumine che costituivano, con tutta probabilità, parte del catalogo di questo commerciante.
Ho rintracciato poi l’attività del Signor Cadeddu sulle mie guide degli anni ‘20 e ‘30, tra quelle pagine egli risulta come venditore di coralli, filigrane e bijoux nella nostra magnifica Via Cairoli.
Andiamo allora a scoprire insieme alcune di queste preziosità, ho scelto due delle mie fotografie e vi mostrerò alcuni particolari.
Ecco le spille a forma di fiocco in raffinata filigrana.

E poi ciondolini con inseriti fiori delicati oppure l’immagine di un angioletto.

E croci preziose di diversa fattura.

Un piccolo regalo che sicuramente sarà stato gradito.

E ancora, ecco altre raffinatezze, sempre fiocchi in filigrana che sembrano in pizzo delicato.
Sono poi sicura che le ragazze genovesi del tempo andato avranno apprezzato certi orecchini minuti ed eleganti.

Altre avranno invece gioito nel ricevere le originali spille a forma di strumenti musicali.

Una cetra, una chitarrina, un mandolino.
O magari un cestino di fiori, che meraviglia!

Oppure deliziosi mazzolini primaverili.

E cuori intrecciati e graziosi pendenti.

Trattandosi delle immagini di campionario, naturalmente ogni articolo è contraddistinto da un numero.

Come detto, ve ne ho mostrati appena alcuni, le 15 fotografie nel loro complesso offrono una straordinaria varietà di articoli disponibili nell’attività di Via Cairoli.
Sono le spille, i ciondoli, gli orecchini e i gioiellini favolosi del Signor Cadeddu.

Una balia molto paziente

È un breve frammento di vita, un dolce istante di tenerezza catturato in una bella fotografia opera dello fotografo Lavagna di Savona.
È la rappresentazione della dolcezza, dell’amorevolezza e della cura: una balia e una creaturina tra le sue braccia.
E un candore di pizzi, una leggerezza di tessuti chiari e impalpabili.
La manina posata sul petto della balia, i cuori che battono, il profumo di pulito.

I sandaletti e le calzine con le righe, le mani forti della balia che salde sorreggono e proteggono.

Lei è giovane, affabile, attenta, generosa.
E porta questo vezzoso copricapo, oltre all’anello al dito indossa poi anche altri gioiellini preziosi come gli orecchini e la spilla.
E ha una pazienza infinita, la si legge in quei suoi occhi limpidi.

E del resto quel frugoletto doveva essere un bel peperino e dato che porta una collana io presumo che si trattasse di una bambina.
Ha lo sguardo vivacissimo e doveva essere una piccola e dolcissima peste.

Era il tempo della sua prima infanzia ed era al sicuro, tra le braccia amorevoli della sua balia gentile e paziente.

Genova, 1911: che bei tempi!

È una piccola fotografia, l’ho scovata sul fondo di un cartone pieno zeppo di carte diverse.
Dopo una paziente ricerca ecco così spuntare un frammento di passato imperfetto, impreciso e all’apparenza, se vogliamo, anche insignificante.
Vi mostrerò così la piccola fotografia nei suoi pochi dettagli e anche a voi sarà ben evidente che l’inquadratura non è neanche delle migliori: siamo in Piazza della Nunziata nel 1911.
C’è un signore con la paglietta calcata sulla testa e attraversa la piazza assorto nei suoi pensieri, forse non si accorge neanche di ciò che sta accadendo, sullo sfondo si vede un altro gentiluomo che sale i gradini della chiesa.

Sulla destra si nota un tale con tanto di capello a cilindro, sembra stringere qualcosa in una mano e non so dirvi di cosa si tratti, più che un bastone da passeggio parrebbe un frustino da cavallo.

E poi c’è lei, la vera protagonista della fotografia: Dirce che scende le scale dalla scalinata della Chiesa dell’Annunziata.
Il fotografo è un certo Mario, quindi ho provato a immaginare la scena e il dialogo tra i due.
Mario esorta Dirce a scendere le scale lentamente, forse le suggerisce di fermarsi su uno dei gradini, fare una fotografia è pur sempre una faccenda complicata.
Ed ecco lei, con l’abito elegante, la borsa alla moda, il fastoso cappello con le piume.

Nell’immagine d’epoca si scorge appena la prospettiva di questa chiesa genovese tanto amata.

E sappiate, cari amici, che sui protagonisti in questione non ho inventato nulla, è tutto scritto a tergo della piccola fotografia e le parole che vengono dal passato hanno così restituito un labile frammento di vita.

Mario era forse un fotografo dilettante, uno che si divertiva con la magnifica invenzione della fotografia.
La piccola immagine è quadrata e posso provare a supporre, con le mie modeste conoscenze della storia della fotografia, che si trattasse di una delle due immagini che costituivano una stereoscopia.
Era di certo un bel ricordo di un viaggio felice con una tappa a Genova e come scrisse una mano a noi sconosciuta: che bei tempi… 1911.

Catherine Principessa di Galles

“Tutti abbiamo il compito di costruire un mondo più empatico in cui i nostri figli possano crescere, imparare e vivere.”

Ad aprire questa recensione sono le parole della stessa Catherine citate all’inizio di uno dei capitoli della biografia di Robert Jobson edita da Rizzoli e intitolata Catherine Principessa di Galles.
Una vita intera narrata dall’infanzia all’età adulta, seguendo i passi di lei che, nata commoner, ora è Principessa e diverrà in futuro Regina consorte.
Io seguo da sempre le vicende della casa reale britannica e ho letto diverse biografie, il libro di Jobson si inserisce nel filone delle biografie dallo stampo istituzionale e non cede al pettegolezzo, limitandosi ad offrire il racconto di eventi che in parte già conosciamo e offrendo al lettore uno spaccato della quotidianità della vita della Principessa di Galles.
E così si narrano i primi incontri con William e la nascita del loro amore, il matrimonio, la passione di Catherine per la fotografia, gli sport e l’arte, gli attriti con Harry e Meghan, l’impegno nelle cause umanitarie e i lunghi viaggi accanto al marito, fino alla recente malattia che l’ha colpita.
Lo stile è asciutto e semplice, è una cronaca garbata e puntuale incentrata con maggiore profondità sulla vita pubblica di Catherine e sui suoi molti impegni istituzionali.

Ho trovato gustosi alcuni brevi aneddoti, piacevoli e interessanti a mio parere sono le parti dedicate alla maternità e alla famiglia e le pagine sulla compianta Lady Diana.
Certo, questo è un volume che non può mancare nella libreria di un vero royal watcher e tuttavia questa biografia non mi ha coinvolta pienamente perché, a tratti, mi è parso che mancasse proprio il vero ritratto di Catherine nella sua umana complessità e con le sue sfumature.
Anche io, come la mia amica Viv nella sua bella recensione, ad esempio ho ritenuto eccessivi i continui riferimenti agli abiti indossati da Catherine nel corso dei suoi diversi impegni.
La Principessa di Galles è entrata presto nel cuore degli inglesi e di coloro che sono affezionati alla casa reale britannica, in fondo è lei stessa a “scrivere” al meglio la sua storia, facendosi apprezzare non solo per il suo stile e la sua innata eleganza, ma mostrandosi nella sua modernità, nella sua allegria, nella sua umana fragilità ma anche nella sua forza e nel suo carattere combattivo.
Abbiamo imparato a conoscerla in ciò che lei stessa ha narrato di lei, raccontandosi anche nei momenti difficili della sua malattia e della cura, è una figura positiva, propositiva e gentile.
E quell’empatia da lei auspicata come potente arma per costruire un mondo migliore traspare sempre dal suo sorriso radioso e dalla luce che illumina il suo sguardo.

Insieme alla mamma

È una foto di famiglia, sarà stata riguardata tante volte, memoria del tempo d’infanzia di quattro fratelli.
Ritratti così, insieme alla mamma.

Il maggiore dei due maschi sta ritto in piedi e tiene la mano posata sulla spalla della sua cara genitrice.
Ha già l’aria assennata e consapevole, è un giovane uomo pronto a fare il suo ingresso nella vita adulta.

Più sfacciato e divertito sembra invece il fratellino più giovane, il suo sguardo è vispo e vivace.
Nella sua grazia spicca poi la figlia maggiore: indossa il suo vezzoso abito a righe fermato dalla cintura alta, porta al collo un nastrino scuro e ai lobi graziosi orecchini.
Diventerà una donna affascinante, sarà forse a sua volta moglie e madre.

La più piccina, con i suoi lunghi capelli raccolti in una bella treccia fermata da un nastrino, se ne sta seduta accanto alla mamma e le stringe la mano.
Le mani accarezzano, confortano, asciugano le lacrime e uniscono.
Le mani di tutti, se osservate con attenzione, rappresentano l’indissolubile catena di affetti che lega i componenti di questa famiglia.

È una foto di famiglia in formato Cabinet e venne scattata contro un fondale sul quale erano raffigurati un portale e un albero dai rami ritorti.
Avvenne nello studio del bravo fotografo Achille Testa: tutti vicini, insieme alla mamma.

Alla spiaggia vicino alla Lanterna

È il tempo di un’estate lontana e di un ricordo che sbiadisce come la fragile caducità di una fotografia che ha fissato un istante felice.
È il tempo di un’estate diversa e si va a rilassarsi sulla spiaggia di Sampierdarena e a tuffarsi tra le onde frizzanti in cerca di refrigerio, con la cara Lanterna sullo sfondo.
Un giorno qui ci sarà il porto con i suoi container e le sue navi, il progresso farà il suo corso inesorabile.
Per adesso, in questo scorcio di un’estate più lenta, qui c’è semplicemente la spiaggia, scenario di pigrizie estive.
E ci sono le ragazze con i cappellini in testa e le espressioni stupite o distratte, in quell’istante della fotografia.

Ci sono amici, fratelli e compagni d’avventura nel gioco bellissimo degli svaghi balneari: tuffi dal trampolino, spericolate capriole e corse a perdifiato sul bagnasciuga.

Uno della compagnia, quello con l’accappatoio bianco, sembra più disinvolto degli altri e pare sapere il fatto suo.
Forse è di casa su questa spiaggia e potrebbe raccontare aneddoti avvenuti negli anni e piccoli fatti memorabili per la gente del posto, ricordi che con il passare degli anni sbiadiranno quando nessuno li rammenterà più.

Rimarrà qualche fotografia, qualche traccia di felicità, a volte una data o nome scritto a mano con la matita, altre volte ancora una reale memoria di famiglia tramandata di padre in figlio.
E un sorriso nostalgico:
– Sai, io andavo alla spiaggia di Sampierdarena!
Erano parole che mi diceva mia nonna e nel suo sguardo c’era la luce di un bel ricordo custodito con amorevole cura.
Non conosco i nomi di coloro che vennero ritratti in questa fotografia, in quel tempo di un’estate lontana stavano tutti vicini, appoggiati alla barca.
E il futuro doveva ancora accadere, mentre il presente era scandito dal canto dell’onda.
Alla spiaggia, vicino alla Lanterna.

Le bambine con i retini

Un tratto di costa, le onde del mare, una stagione felice.
Nel tempo d’estate: due sorelline.
Una ha la frangetta, i capelli a caschetto, abbraccia la mamma e lei amorevole le cinge la vita.
La bimba sorride, con la fiducia di sentirsi tranquilla e al sicuro.
La mamma sorride come solo le mamma sanno sorridere.

Le bambine hanno un retino, ognuna ha il suo.
E portano gli abitini uguali, credo di un colore pastello e orlati di chiaro.
La bimba più piccina fa una faccia buffa, ha questi ricciolini ribelli e appare così vivace e allegra, quante gioie regala l’infanzia!

A piedi scalzi, nella bella stagione.

Insieme, vicine, in un tempo felice.
Loro sono le bambine con il retino nei giorni gioiosi della loro vita.

Sanremo e i sospiri di Caterina

E finalmente era di nuovo nella sua Sanremo: luogo della giovinezza, delle speranze e delle emozioni.
Lì Caterina aveva conosciuto il suo Peter, lì aveva sempre voluto ritornare, da Sanremo era iniziata l’avventura della vita accanto al suo consorte.
Insieme a Peter, diplomatico britannico al servizio della Corona, Caterina aveva girato il mondo: avevano vissuto in India e poi nel gelido Canada, erano stati in Africa e in diversi paesi dell’Oriente, avevano condiviso ogni istante e gli ultimi anni li avevano trascorsi nell’accogliente dimora di Warwick, un’antica casa a graticcio a breve distanza dal celebre castello.
Sempre insieme, sempre vicini.
Nessun luogo, per quanto esotico e ricco di attrattive, era per loro come Sanremo.
Sanremo, Sanremo! Finalmente!
Accompagnata dalla sua buona sorella Maria, ritta in piedi davanti alla balaustra, Caterina osservava la costa e il panorama.

Densa di una certa pigrizia estiva, l’aria di Sanremo era fresca di erbe aromatiche, con accenti di rosmarino e basilico e con note frizzanti di zagara e gelsomino.
Frinivano le cicale, accompagnate in lontananza dal ritmo lento delle rane gracidanti, mentre gli ulivi fremevano sospinti dalla brezza salmastra.
Era dolce il tempo dell’ozio a Sanremo, aveva il sapore della gioia lontana.
Caterina sospirò nostalgica, riandando così con il pensiero ai giorni ormai trascorsi.

– Ritorna, my dear Caterina – così le aveva detto Peter con voce calma e serena – Ritorna nella nostra Sanremo e saluta il nostro mare anche per me.
E ora lei era là, in silenzio, davanti alla costa che cinge l’azzurro come in un abbraccio.
Immobile, quasi severa, con il cappello fastoso sul capo mentre sotto la camicia inamidata il cuore le batteva all’impazzata.
Il sorriso di lui, l’anello di fidanzamento, le onde bianche, le dita intrecciate, le strelitzie del giardino, il tramonto suadente, le palme imponenti, gli occhi negli occhi.
Per sempre.
Sorrise.
Era serena, appagata, in pace.
E ne era certa: il suo Peter era lì accanto a lei.
Eternamente.
Davanti al loro mare, davanti alla loro Sanremo.

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Questo breve racconto è uno dei miei giochi di fantasia.
Le figure eleganti che si stagliano davanti alla bella località della Riviera dei Fiori mi hanno fatto immaginare un amore grande, una nostalgia di memorie, una felicità da ricordare.
Davanti al mare di Sanremo.
Eternamente.

Alla spiaggia di Quinto Bagnara

Era un tempo dolce scandito dalla musica suadente delle onde, sugli scogli affioranti.
Ricordi dell’estate del 1924, sono trascorsi molti anni da allora eppure quella felicità è ancora reale, emozionante e palpabile.
Sullo scoglio, con i soliti costumi alla moda, il cappellino in testa e i sorrisi luminosi.

Sullo scoglio, vicini, mentre la mamma vigila attenta.
Lì accanto il salvagente per imparare a nuotare.

Dietro a queste fotografie ci sono le date e alcune note scritte da una mano gentile che ha lasciato anche l’indicazione del luogo: spiaggia di Quinto Bagnara.
E in lontananza si scorgono le case antiche, i panni stesi che sventolano sospinti dall’aria di mare, il lavatoio dove si andava a fare il bucato.

È questo tratto di Quinto, dove le onde sempre ritornano ripetendo il loro canto.

E poi ecco ancora l’estate del 1928, sulla barca.
Insieme, in un momento di semplice gioia e condivisione.

Godendo del fresco dell’acqua cristallina che così accarezza i sassi.

In un tempo felice, alla spiaggia di Quinto Bagnara.