Un condominio negli anni ’70

Accade sempre, in questo periodo, mi tornano alla mente certi anni e mi ricordo come eravamo.
Un condominio negli anni ‘70 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, innanzi tutto in questo condominio c’erano moltissimi bambini.
Così era, negli anni 70, ora non saprei fare il conto esatto ma davvero erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza.
E a dire la verità con lo scorrere del tempo non è mai più stato così.
Davanti a casa c’erano quelle macchine là delle quali tutti vi ricordate: la 127, la 126, le Alfa Romeo e naturalmente la mitica 500.
Ovvio, era la macchina che usavano le nostre mamme per venire a prenderci a scuola, la maggior parte di noi infatti tornava a casa per il pranzo.

500 (2)

E come dicevo, in questo periodo mi vengono spesso in mente quegli anni e accade per una ragione precisa.
Negli anni ‘70 in questo condominio si era soliti fare l’albero di Natale nel portone, era una sorta di rito collettivo che coinvolgeva molti bambini del palazzo e questa faccenda di decorare l’abete tutti insieme era un piccolo evento straordinario e molto atteso.
Quell’albero me lo ricordo ancora bene, aveva certe bellissime lucette a forma di ghiacciolo.
E mi ricordo anche che una delle bambine del condominio aveva una fortuna particolare: non so perché ma a lei Babbo Natale nascondeva i regali per tutta la casa, non li metteva sotto l’albero ma li sparpagliava sotto i mobili, nei cassetti, dietro alle poltrone.
E insomma, io mi sono sempre chiesta per quale ragione le fosse riservato questo privilegio, era una bambina fortunata!

Natale (12)

Negli anni ‘70 un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci.
Ad esempio, per i compleanni, andava per la maggiore la torta al cioccolato con il centro morbido e soffice.
Negli anni ‘70 le bambine di questo palazzo si vedevano a casa di una o dell’altra per giocare insieme.
Ecco, a dire il vero ogni tanto si giocava anche ad interpretare i film, ad esempio quelli di Bud Spencer e Terence Hill ed erano sempre lunghe discussioni su chi dovesse fare la parte dell’uno o dell’altro attore.
Poi c’erano i pentolini, la Barbie con il suo ricco guardaroba e quei giochi in scatola che ora non si usano più.
E facevamo anche quel gioco per il quale serviva solo un foglio a quadretti e una matita: si dovevano scrivere nomi di fiori, città, animali e tutti dovevano iniziare con la stessa lettera, vi ricordate?
Negli anni ‘70, in sostanza, non ci annoiavamo mai.

La Reginetta del Ballo (11)

E poi, come dicevo, c’erano diverse generazioni nel condominio.
E quelli più grandi a me sembravano davvero grandi.
E c’è una scena che ho perfettamente impressa nella memoria, a dire il vero mi viene in mente ogni volta che percorro una certa creuza qui nei dintorni.
Mi sa che accadde forse al principio degli anni ‘80, a voler proprio essere precisi.
E dunque, io salivo su per questa creuza e nella direzione opposta scendeva un giovane del condominio, uno di quelli grandi, insieme a colei che poi sarebbe diventata sua moglie.
E insomma, voi avete presente le discese di Genova?
Ecco, io ho visto loro due e ho guardato lei: indossava la minigonna di jeans e gli stivali con il tacco.
E sono rimasta a chiedermi come caspita fosse possibile che riuscisse a scendere con una simile disinvoltura giù per quei gradini con quei tacchi lì.

salita-san-nicolo

Giuro che me lo ricordo come se fosse capitato due giorni fa.
Succede, no?
Eppure.
Eppure sono passati parecchi anni.
E ieri ho percorso di nuovo quella creuza e mi è tornato di nuovo in mente.
E poi, come ogni anno in questo periodo, ho pensato che sarebbe bello fare ancora l’albero di Natale nel portone, solo che bisogna vedere se da qualche parte si trovano le lucette a forma di ghiacciolo, senza quelle non sarebbe la stessa cosa.
Stavano un tempo sui rami di un abete, in un condominio, negli anni ‘70.

Natale (5)

Lucky man

Ci sono persone che, pur non sapendolo, fanno parte in qualche modo della nostra vita.
Se siete molto giovani forse il vostro ricordo di Michael J. Fox potrebbe essere vago ma quelli della mia generazione sono cresciuti insieme a lui: siamo diventati grandi insieme e non ce ne siamo neppure accorti.
Chi è stato giovane negli anni ’80 ha avuto il privilegio di conoscere un tipo speciale: si chiamava Alex Keaton e le vicende della sua famiglia scorrevano sul teleschermo, era uno dei nostri riti.
Poi quel ragazzo vestì altri panni, era il 1985 e lui divenne Marty McFly, lo studente protagonista di un un film indimenticabile, c’è qualcuno tra voi che non ha mai visto Ritorno al Futuro?
Allora l’astro di Michael J. Fox era al suo apice, lui aveva 24 anni, io ne avevo 19.
Scanzonato, divertente, spiritoso, una vera faccia da schiaffi.
Lui viveva nel mondo dorato di Hollywood, a una distanza siderale da tutti noi, eppure era uno di noi: un amico, un compagno di classe che aveva avuto fortuna.
E il suo successo, secondo noi, era più che meritato.
Certe stelle a volte vengono oscurate da fosche nubi, a neanche trent’anni a Michael J. Fox venne diagnosticata una forma precoce di Morbo di Parkinson, questa è la tragica circostanza che ha mutato il corso del suo destino.
Una storia, una vita, una lotta tenace contro una malattia crudele: un libro, Lucky Man, ne è autore lo stesso Michael J. Fox, il volume è uscito diverso tempo fa per TEA Editore e ho visto che è disponibile in eBook.

Lucky Man

In estate mi capita spesso di rileggere i libri che amo e questo è uno di quei libri.
Questa è la storia di un successo, è la storia di un ragazzo squattrinato che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema e diviene una celebrità.
È una storia onesta e sincera, con vene di autentica ironia e di profonda autocritica, è una vicenda di fragilità e paure, di stupori incerti e di crescenti consapevolezze.
Sei giovane, ricco e famoso e sebbene tu abbia un’esistenza in qualche modo disordinata sei persino felice.
E la vita, all’improvviso, ti cambia le carte in tavola lasciandoti impreparato.
E tu sei lì, sul set della tua intera esistenza, solo che non conosci la tua parte, non c’è un copione e ti tocca improvvisare.
Non è facile svelare a se stessi e al mondo questa nuova realtà, Michael ci metterà parecchio tempo.
Alcune pagine sono particolarmente coinvolgenti, dolci e colme di gratitudine sono le parole che Michael scrive per sua moglie, nostalgiche e tenere sono le descrizioni di certi viaggi lungo le strade dell’America: Michael accanto a suo padre, Michael accanto al suo primo figlio.
Michael J. Fox ha lasciato le scene da diversi anni e ha creato una fondazione che si occupa della ricerca sul Parkinson.
E ricordate?
Lui è il ragazzo che andava sullo skate, lui è uno di noi: non ci siamo mai incontrati ma in realtà non è proprio così.
E allora se aprirete la sua autobiografia vi sembrerà di trovarvi seduti su un muretto accanto a lui e sarà lui a narrarvi la sua vicenda.
Ricordate?
Lui è il ragazzo con le fossette, quello non tanto alto, quello che faceva sempre le battute.
Per noi che siamo i suoi amici ha scritto questo libro: pagine intense che raccontano giorni difficili e scelte faticose, pagine che insegnano il coraggio e l’amore vero per la vita, in un ritorno alla propria autenticità.

La mia famiglia mi ha sempre fatto sentire che la casa è un posto dove posso sempre essere sempre me stesso.

Michael J. Fox – Lucky Man

Quando viaggiavamo sulla 500

Voi ve lo ricordate quel tempo là?
Se siete stati bambini negli anni ’70 allora anche nella vostra infanzia c’è stata in qualche modo una 500, ne sono più che certa.
All’epoca la piccola utilitaria della Fiat era gettonatissima, come accadeva in molte famiglie mio papà aveva la macchina più grande, mia mamma aveva la 500.
A dire il vero, se ci pensate, sembra il mezzo di trasporto ideale per le strade di Genova: un’automobile briosa e di dimensioni ridotte che si infila in qualunque strada, davvero perfetta per i bricchi della Superba.

500

Confortevole? A suo modo lo era.
Tuttavia quando viaggiavamo sulla 500 secondo me avevamo pochi termini di paragone, forse i sedili posteriori non erano il massimo della comodità, io li ricordo piuttosto rigidi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non vedevamo l’ora che fosse estate per poter aprire il tettuccio, quello era un fantastico privilegio, che bellezza sentire l’aria fresca direttamente sul viso!
Quando viaggiavamo sulla 500 i preparativi per le vacanze erano sempre una faccenda complicata, le nostre partenze seguivano rituali ben precisi e caricare i bagagli richiedeva un’organizzazione certosina: era un ininterrotto andirivieni di valigie, borse frigo, sacchetti e borsoni, un momento epico che segnava l’inizio del meritato riposo.

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Quando viaggiavamo sulla 500 portavamo con noi alcune incrollabili certezze: la bionda Barbie con i suoi costumini sgargianti, il lecca lecca colorato trasparente, i sandaletti blu con gli occhielli, il chewing gum rosa per fare le bolle che si spiaccicavano sulla faccia.
E prima di arrivare a destinazione durante il tragitto ci dilettavamo con un passatempo particolare: contare i cartelli sull’autostrada.
Ditemi, lo facevate anche voi, vero?
Mi vedo ancora seduta sul sedile posteriore mentre guardo fuori dal finestrino, di quei viaggi ho già avuto modo di scrivere diverso tempo fa ed erano proprio così le mie vacanze: ginestre, formine e granchi, qui trovate i miei ricordi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non ci veniva in mente che ci potesse essere un’altra piccola utilitaria alternativa a quella.
Per lo meno, io la pensavo così.
E tuttora, come è ben noto, sono numerosi i nostalgici estimatori della piccola macchinetta, se ne vedono ancora parecchie in giro.

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Noi siamo diventati grandi viaggiando in quel modo lì.
La mamma veniva a prenderci a scuola, ci portava in piscina e al catechismo con la 500.
E no, non c’era il problema dei parcheggi e delle righe blu e quando andavamo alle elementari non avevamo il cellulare nella cartella.
Noi siamo cresciuti viaggiando in quel modo lì.
E da grandi tutti abbiamo avuto coetanei che se andavano in giro con la 500.
Io abito in cima a una strada tortuosa tutta curve, quando il mio amico mi veniva a prendere lo vedevo arrivare da lontano.
Ecco la piccola e fiera 500 blu che si inerpica su per la salita, una curva dopo l’altra, giungerà proprio qui, davanti al mio portone.
Noi viaggiavamo sulla 500, se siete stati bambini negli anni ’70 i vostri ricordi saranno simili ai miei e durante la vostra giovinezza anche voi avrete fatto qualche viaggio su questa macchinina così celebre.

500 (2)

Non so dire se quel tempo fosse migliore di questo, di certo era molto diverso.
Apri il tettuccio, tira giù il finestrino.
Siamo ancora quelli là, noi che viaggiavamo sulla 500.

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Quando prendevamo il 76

Diverso tempo fa, per un puro caso, mi sono soffermata a fotografare un cartello.
Non è una pregiata rarità, si tratta semplicemente di una comune palina sulla quale sono segnalati i numeri degli autobus che passano nel mio quartiere, in Circonvallazione a Monte.

Cartello

A loro modo queste fredde cifre rappresentano una piccola e silenziosa rivoluzione, le cose cambiano e a volte nemmeno te ne accorgi.
Insomma, quando io ero ragazzina per andare in centro si prendeva il 30 oppure il 33, entrambi partivano dalla stazione Principe, uno portava a De Ferrari e l’altro alla Stazione Brignole.
C’era anche una linea barrata del 33, faceva romanticamente capolinea ai giardini di San Nicola, era una piacevole comodità.
Poi, a un certo punto, non ricordo precisamente quando, tutto è mutato e adesso la linea che serve questo quartiere ha il numero 36 che in altri anni copriva invece un diverso percorso.

Piazza G. Villa

E sapete, per venir su da questi bricchi e verso le case arrampicate sulle colline, oltre alle funicolari e agli ascensori c’è sempre stato un piccolo autobus, il glorioso e rimpianto 76.
E sì, pure lui aveva un fratellino minore, c’era anche il 76 barrato!
Un viaggio su quel piccolo mezzo era una specie di avventura, faceva un percorso a dir poco tortuoso, superato Ponte Caffaro si inerpicava su per Via Acquarone e poi, sprezzante delle pendenze genovesi, vi portava fino in Via Domenico Chiodo.

Ponte Caffaro

Ponte Caffaro

Ecco, se non siete di Genova immaginate salite impervie, curve a gomito, macchine incolonnate dietro all’epico 76, una quotidiana processione su e giù per Circonvallazione a Monte.
Pochi posti a sedere, le signore con la spesa e gli studenti con gli zaini sulle spalle, nelle ore di punta il 76 era sempre pieno, a certe fermate poi si svuotava e si procedeva con maggior agio.
Che complicati arzigogoli per arrivare a casa, chi ne ha memoria sarà d’accordo con me!
Ed io che non sono affatto una persona ordinata giorni fa ho trovato in un cassetto un orario AMT del 1998-99.
Ehm, lo so, non è normale averlo ancora, non ditemelo!
Ebbene, con stupefatta meraviglia ho scoperto che in quegli anni viaggiavamo ancora sul 76, a me sembra passato un secolo da quei viaggi!

Orario

Nello stesso cassetto, per una ragione a me ignota, c’è anche un biglietto regolarmente timbrato del lontano 2001, mi sa che a questo punto conserverò entrambi i reperti per una Miss Fletcher del futuro, sono certa che quando verranno rinvenuti saranno accolti con giubilo ed entusiasmo!
Detto ciò, abbiamo sempre il nostro piccolo autobus e due diverse linee, il 374 e il 375, io uso quest’ultima e devo dire che il suo percorso è più rapido, semplice e piano, bisogna ammettere che è molto più comodo.

Castelletto

Ecco, però se penso al 76, devo dirvelo, in qualche modo lo rimpiango, per me era uno dei simboli di questo quartiere e di un’epoca che ricordo con dolce affetto.
Corri, sta arrivando l’autobus!
Qualunque mezzo abbiate preso, le ricordate anche voi quelle corse a perdifiato, vero?
E poi?
Ci sediamo tutti qui, alla fermata, sulla panchina.
Oppure ci diamo appuntamento davanti alla cabina del telefono, al tempo dei gettoni.
E ci sono le giacche di jeans, il chiodo, gli zainetti Naj Oleari, i jeans a sigaretta, il walkman e le cassette da riavvolgere con la punta della penna.
E c’è un autobus da prendere, uno solo.
Fa quel giro là, una giostra che a volte sembra davvero che non finisca mai.
Su per certe alture ci arrivi soltanto così, con il glorioso 76.

Via Piaggio

David Bowie, un giorno di gennaio

E tu, tu dov’eri?
Quel giorno di gennaio resterà una delle date che non si possono dimenticare e anche tu ricorderai esattamente dove ti trovavi in quell’istante e come lo hai saputo.
E bisognerebbe saper trovare le parole.
E crederci, credere che sia proprio tutto vero.
Io quel giorno ho aperto Twitter e ho veduto una foto di David Bowie e una riga che annunciava la sua fine.
E tu? Tu dov’eri?
Io lì, davanti allo schermo.
Mi ha colto un senso di attonita incredulità, un amaro stupore al quale non ero affatto preparata.
Come è possibile che un giorno ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie?
Io da qualche parte ho un libretto con i testi delle sue canzoni, è una di quelle chicche che compravamo noi che eravamo adolescenti negli anni ’80.
E ho ancora le sue musicassette e conservo diverse riviste, ho anche la copia del mensile Moda che uscì al tempo del suo matrimonio con Iman.
Io nel ’72 avevo sei anni, lui nel ’72 era Ziggy Stardust.
E poi, dopo, sono arrivati altri che hanno tentato di essere come lui ma David è inimitabile e David c’è sempre stato, tra il resto, così io non ho neanche mai contemplato l’ipotesi che potesse andarsene.
Come è possibile che un giorno ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie?
E no, non sarò io a scrivere il tributo indimenticabile sulla sua musica e sul suo patrimonio artistico, non ne sarei capace.
Sapete, giusto un paio di giorni prima mi ero goduta lo spettacolo di quel suo concerto tenutosi a Londra nel ’73: Ziggy Stardust and The Spiders from Mars.

E c’era lui sul palco, diafano, sensuale, bellissimo.
Travolgente e angelico, con quei suoi lineamenti perfetti marcati dal trucco pesante e con quella presenza scenica così unica.
E ogni tanto la telecamera inquadrava il pubblico e io pensavo: quelle ragazze adesso saranno nonne, chissà quante volte avranno ripensato a quella sera, a quella musica, al sorriso dell’imperscrutabile Ziggy.
E ancora nessuno ha saputo spiegarmi come sia possibile che una mattina ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie.
E poi.
E poi sono andata a ripescare questo articolo, i cento libri da leggere secondo David Bowie, penso che sia un buona idea seguire i suoi consigli di lettura.
Io in questi giorni mi sono anche detta che avrei voluto essere altrove, a Brixton magari.
O forse a New York, dove lui abitava.
Nei suoi luoghi, davanti alla sua casa, dove tutti vanno a salutarlo e a rendere omaggio al suo genio.
La musica però va oltre i confini dello spazio e del tempo e tu puoi essere ovunque.
E ovunque è anche lui, con la sua musica e la sua voce.
E allora, guardate, a me non servono neanche più le spiegazioni, tenetevele pure, non è che una mattina ti svegli e in questo mondo non c’è più David Bowie.
No, non è così.
Ciao David, just for one day.

L’estate in cui tu non c’eri

L’estate in cui tu non c’eri è volata via, come un soffio di vento caldo.
Quest’estate pensavo a te, ho chiesto di te.
Ma non hai saputo? E’ successo qualche anno fa. 
No, non sapevo nulla.
E ti scrivo, solo adesso.
La tua bicicletta era da cross, questo mi ha sempre stupita.
Cosa ci fa una ballerina con una bici da ragazzaccio?
Non l’ho mai capito, forse tu nascondevi due anime e noi, distratte, non ce ne siamo mai accorte.
Danza.
Danza classica e grazia, la tua fatica e la tua passione.
Noi avevamo solo i compiti delle vacanze, tu avevi anche gli esercizi, ricordo che li facevi nella tua stanza.
E tu, come ogni vera ballerina, ti distinguevi per la tua maniera di camminare.
Tu camminavi a passo di danza, quasi in punta di piedi, non era un vezzo ma una consolidata abitudine.
Leggera come una farfalla, sottile come un giunco smosso da un refolo d’aria d’estate.
L’estate in cui tu non c’eri.
Qualche volta mi è pure sembrato di vederti passare, dev’essere accaduto perché pensavo a te.
E poi sai, oggi vorrei farti una confidenza: quelle tue camicette tutte pizzi e quei colletti ingombranti di sangallo, te ne ricordi?
Ecco, non mi sono mai piaciuti, non era proprio il mio stile, te lo dico solo ora, ora che è quasi terminata l’estate in cui tu non c’eri.
E poi in realtà a te stavano bene persino quelle robe là che io detestavo.
E poi.
E poi le serate in discoteca e tu che non venivi mai con noi.
Dai, con il senno di poi posso dirti che in fondo non ti sei persa nulla, anche se so bene che affermarlo adesso non conta, allora quelli sembravano appuntamenti immancabili ed era un dispiacere non esserci.
Durante l’estate in cui tu non c’eri ho cercato di far riaffiorare memorie che sono come appannate, non riesco a ricordare tutti i particolari.
Ad esempio, tu amavi i Duran o gli Spandau?
Il ghiacciolo o la granita?
E ce l’avevi anche tu la giacca di jeans, vero? Quella me la ricordo!
Io e te che siamo state bambine insieme, ho un’immagine impressa nella mente: siamo già grandi, esco dall’ufficio e tu sei lì, mi aspetti davanti al portone.
Io e te e i nostri muretti e le nostre cose preziose da ragazzine.
Bisogna tenerseli stretti certi momenti, servono per quando certe risate non le senti più.
L’estate in cui tu non c’eri è stata caldissima, sai?
E ti ricordi? In genere dopo ferragosto viene la pioggia e la nostra valle si rinfresca.
Ecco quest’anno non è successo.
E tu non c’eri, per questo te lo racconto.
E per un caso del destino la casa dove tu un tempo trascorrevi le vacanze è rimasta quasi sempre chiusa.
Così guardavo quelle persiane e pensavo a te.
Quante cose raccontano delle imposte chiuse?

Finestra

Davvero, che poche parole ti ho scritto, non bastano per dirti ciao, adesso, ovunque tu sia.
E anche se questa è stata l’estate in cui tu non c’eri una sera noi che eravamo ragazzine insieme ci siamo ritrovate a parlare di te.
Ed io sono pure scappata via, proprio perché tu non c’eri.
In realtà l’ho capito il giorno dopo, parlavamo di te ed era come se ci fossi anche tu.
Tu con le tue lentiggini, i capelli raccolti stretti stretti in uno chignon e  gli orecchini d’oro ai lobi, tu con quel tuo sorriso.
Tu.
E poi, sai, sui prati quest’anno c’erano tante farfalle.
Leggiadre e così piene di grazia, come te.
Da un petalo a una corolla.
A passo di danza, come te.

Farfalla (12)

Sergio Caputo & me

Parlando di me e del tempo delle mie vacanze passate non posso scordarmi di lui.
E che vuoi capirne della lievità della vita e della capacità di sorridere anche in certi momenti delicati se non hai mai ascoltato i pezzi di Sergio Caputo?
Alcune canzoni restano come certe amicizie di vecchia data, il tempo e la distanza non possono dissolverle, c’è ancora il vinile che gira sotto la puntina.
Sergio Caputo & me, lui è quello delle atmosfere da piano bar, io sono la ragazza con la minigonna e le zeppe d’argento.
Lui è ironico, brillante, originale, è un giocoliere della parola.
La sua musica è swing, ha toni di blues e  jazz, è equilibrismi, giochi di rime e funambolismi, è sincopata, ha ritmo e vitalità, a volte emergono venature malinconiche.
Noi che eravamo là, negli anni ’80, tenevamo sempre il tempo quando partivano le note di Un sabato Italiano.
Noi che eravamo là, in quell’epoca, avevamo amici che sfoggiavano improbabili camicie hawaiiane e intanto lui cantava: vado alle Hawaii, da quelle parti non ci pagano mai.
L’amore poi, noi credevamo che durasse per sempre ma non è mica sempre così, l’amore sa essere assurdo ed estemporaneo, l’amore è anche questa cosa qua:

T’ho incontrata domani
O per lo meno mi è sembrato fossi tu
C’era troppa fuliggine ora non ricordo più

E poi? E poi a volte ci si ritrova, fatalmente:

Rivederti è pleonastico
per una volta o due, magari per un tè
dondolarci utopistici
in un sogno démodé.

Ironia e disincanto, le notti insonni ad aspettare l’alba, il ghiaccio che tintinna nel bicchiere e le note inconfondibili di Bimba che sapessi.
E cosa vuoi saperne di quelle sensazioni là se non hai mai provato ad interrogarti sugli effetti stroboscopici del destino.
Facce, storie, situazioni, quei brani sono frammenti della nostra vita, fotogrammi di stagioni vissute.
E ripenso a te sulla tua veranda alle sei di sera, a una luce accesa dall’altra parte del mare blu.
Io quelle canzoni le ascolto ancora, le so ancora tutte.
Ho cercato i video del passato e mi sono imbattuta nel canale Youtube di Sergio Caputo dove ho scoperto i suoi tutorial delle sue più celebri canzoni, se vi dilettate con la chitarra e volete imparare a suonare Spicchio di Luna guardate qui.
E tra i pezzi di quell’epoca là Sergio Caputo ha condiviso questo, è un brano languido e lento, appartiene ad un tempo che è trascorso, un tempo che a volte sembra essersi fermato.

La canzone dell’estate

La canzone dell’estate.
Provate a pensarci, riuscireste a scegliere un solo titolo?
Al netto di certi indistinti frastuoni di sottofondo e dei disincanti dell’età adulta noi che siamo stati giovani negli anni ’80 abbiamo certe melodie in testa e non le abbiamo scordate mai perché quelle erano le nostre canzoni.
E ancora ce le ricordiamo e potremmo cantarle senza timore di inciampare nelle parole, d’altra parte noi siamo quelli che hanno imparato l’inglese con i testi delle canzoni.
E poi alcuni dei nostri miti sapevano sempre come stupirci, ricordate Call me dei Blondie?
D’un tratto, inattesa, la voce di Debbie Harry sussurra suadente: chiamami!
Oh, ma l’ha detto proprio in italiano? Sì, hai sentito bene, chiamami!
Alcune di quelle voci sono rimaste là, sugli scogli e al baretto sulla spiaggia.
La radiolina accesa, il materassino, il ghiacciolo o la granita.
E la musica, sempre.
Dolce e romantica, a volte, come Lio con i suoi Amoreux solitaries, carica e trasgressiva come Nena con i suoi 99 Luftballons, è anche un po’ colpa sua se poi ho voluto studiare il tedesco.
Non so dire se la nostra musica fosse migliore di quella di adesso ma noi avevamo Giuni Russo con i suoi gorgheggi e lei è rimasta, è andata oltre il tempo e ha superato l’evanescenza di quelle sere d’agosto.
E noi ci provavamo pure ad intonare Un’estate al mare, lo facevamo più che altro per divertimento, sapevamo benissimo che la voce di Giuni era per noi inarrivabile.
Noi che andavamo a ballare e ci mettevamo i brillantini sulle palpebre come potremmo scegliere una sola canzone dell’estate?
Arriva questo tempo e questo caldo e nella mia testa risuona Hey Survivor di Mike Francis, anche lui è rimasto là, nell’epoca dei ricordi.
E là è restata anche Madonna, ad un certo punto ho smesso di seguire i suoi successi però ho ancora la cassetta di True Blue e l’ho ascoltata così tante volte che si è consumato il nastro.
No, non so sceglierla una canzone dell’estate, mi parrebbe di far torto a qualche memoria dolce, a certe risate, ad alcuni istanti che a volte ancora mi sembra di rivivere.
Io e la mia amica, sul mercatino a cercare le pinze per capelli.
E poi io mi fermo sempre dal giornalaio, davanti all’espositore delle cartoline, lo faccio girare e le scelgo con cura, non ha neppure importanza che tutti gli anni siano sempre le stesse.
E il rito di scegliere l’abbronzante?
Sarà meglio l’olio al cocco o quello alla carota?
E vuoi non leggere l’oroscopo della settimana e l’affinità tra i segni?
E tu quanti orecchini hai?
E lo sai che il tempo passato non ritorna più?
No, non so sceglierla una canzone dell’estate, sarebbe una faccenda complicata, ma ancora adesso potrei  cantarvi Self Control di Raf, è rimasta in quegli anni là ma nello stesso tempo l’ho portata con me, lo dovevo alla ragazza che ero.
Non è neanche nostalgia, è solo che mi piace ricordarli, quegli anni là.
E basta una musica, un accordo, una canzone dell’estate, una qualunque.
E sono ancora la ragazza che ero.

Giorni d’estate

L’estate è il profumo degli eucalipti.
Quegli alberi stanno davanti alla finestra della mia casa e sovrastano la viuzza che mi porta alla spiaggia.
Io per andare al mare devo solo scendere le scale, attraversare l’Aurelia e percorrere quel breve tratto di strada.
E c’è un’amica che rivedo ogni anno, lei è di Torino e d’inverno ci scriviamo lunghe lettere, le buste le confezioniamo noi, con la carta di giornale, scegliendo le pubblicità che più attirano la nostra attenzione.
Alla fine di queste vacanze in genere torno a casa con l’accento piemontese, durerà per alcuni giorni e poi la mia solita cadenza genovese prenderà il sopravvento.
Io al mare vado in calzoncini corti, maglietta e ciabattine.
E a volte dopo il bagno non mi faccio la doccia, resto sugli scogli ad asciugarmi al sole e i capelli mi si impastano di sale.
E in certi giorni esco dall’acqua all’ultimo minuto e vado verso casa gocciolando.
Le sdraio e i lettini sono color verde smeraldo, c’è un signore che passa sulle spiagge con un secchio azzurro e grida: cocco bello!
E’ la merenda migliore, no?
Nella borsa di paglia ho sempre l’olio abbronzante, gli occhiali da sole, la radiolina o il walkman.
E mi porto sempre riviste a volontà, a me piacciono Centocose e Cosmopolitan, mia zia però compra Bella ogni settimana e così anche quella diventa una delle mie letture da spiaggia.
Al mare non si può stare con i capelli sciolti, fa troppo caldo!
Ed io ho una collezione di pinze per capelli sulle quali sono applicati enormi fiori colorati e poi elastici di spugna, fermagli fluò, mollettine di ogni tipo.
Qui, su questa spiaggia, conosco tutti ma ogni anno faccio nuovi incontri.
E il bello è che in questo paese della riviera, gli stranieri sono tantissimi ed io sono sempre stata affascinata da questi turisti che arrivano dal Nord Europa.
Sono socievole, curiosa e faccio un sacco di domande, a dire il vero ho iniziato da bambina a fare amicizia con gli stranieri e non ho mai smesso, ogni anno torno a casa con l’agendina fitta di indirizzi.
Il mio primo amico straniero l’ho conosciuto a 13 anni, lui si chiamava Stephen ed era scozzese, da Glasgow mi mandò i 45 giri colorati dei Kiss e una spilla degli Who.
E poi c’è stata una ragazza svedese, io e lei ci siamo scritte per molti anni, adoravo ricevere le lettere che lei mi mandava dal suo paesino affondato nella neve e avvolto in quegli inverni lunghi e infiniti.
Amici d’estate, amici di penna.
E sono svizzeri, tedeschi, belgi e olandesi.
Sono ragazzi e ragazze, come me e diversi da me.
E insomma, odio fare i compiti delle vacanze ma esercito parecchio il mio inglese nella maniera migliore, divertendomi.
E che dire delle tre amiche di Oslo?
Abbiamo 22 anni e quando andiamo a ballare loro ordinano un intruglio che non ho mai assaggiato.
Provalo, è dissetante: Southern Comfort e limonata.
Delicious.
In realtà poi diventerò adulta e qualche volta proverò di nuovo a berlo ma chissà perché non mi sembrerà poi così particolare.
E come mai?
Il muretto sulla passeggiata, a volte non riuscivi nemmeno a trovare un posto a sedere.
Gli scogli, sul molo, anche di sera.
E l’eclissi di luna, mentre l’onda sbatte sulla riva.
E i lumini sul mare a ferragosto e i fuochi artificiali.
Seduta sulla sabbia, guarda su.
E l’Italia Campione del Mondo, nel lontano 1982.
E una scena che mi ricordo alla perfezione: i turisti tedeschi sul terrazzino dell’albergo e sotto alle loro finestre la banda del paese che suona la Marcia Trionfale dell’Aida.
E lì, in strada, a incitare i musicisti, una folla gioiosa e rumorosa di tifosi italiani, tra quelle persone ci sono anche io con la mia famiglia.
Summer days.
E poi ancora, gli abiti di seta indiana con la gonna lunga e le scarpe di corda con il laccio alla caviglia.
E il frappe alla fragola nella latteria vicino alla stazione.
E la piscina di un albergo, conosco bene il proprietario e spesso dopo la spiaggia ci permette di andare a nuotare lì.
Summer days.
E visi e sorrisi e ciao, ci rivediamo l’anno prossimo.
E scrivimi, mandami una cartolina, ricordati di me.
E quando sviluppo le foto te le mando, sicuro.
Fallo anche tu, sarà il nostro ricordo di questi giorni d’estate che abbiamo trascorso insieme.
Io non li ho mai dimenticati.

Le copertine dei nostri dischi

Quella musica che ha girato nel tuo stereo.
Alcune di quelle canzoni restano, non soltanto per il loro valore artistico o per il significato dei testi, restano per il significato che hanno avuto per noi.
Resta la musica, restano le copertine dei nostri dischi.
U2, War: una foto in bianco e nero, un bambino biondo con gli occhi sgranati.
Io ho ancora la cassetta con i titoli scritti con il pennarello verde dalla mia amica, a dire il vero si è anche un po’ sbiadito ma la musica no, quella mai.
E poi la copertina delle copertine: sfondo rosa, un frigorifero, un aspirapolvere, una piantana.
Tutto molto vintage, anni ’50, direi.
E davvero devo mettere il titolo? Three imaginary Boys , The Cure.
Tra il resto questo LP me lo aveva fatto scoprire un ragazzo che conoscevo, mi ricordo che una volta mi fece un discorso molto complesso per spiegarmi il significato di una delle canzoni di quell’album.
Ecco, io mi ricordo tutto, è proprio come se in questo momento fossi seduta su quella panchina, lui parla, io ascolto.
E lui ha questa espressione seria e concentrata, parla di questa musica con una sorta di ascetico misticismo.
Ed è grazie a lui se ho comprato questo disco, è così che mi ha convinto, a sentir lui quella doveva essere proprio una roba tosta, certo più significativa delle monadi di Leibniz che, tra il resto, sento davvero come poco presenti nell’ordine delle cose della mia vita.
La musica invece no. Quella musica resta, sempre.
E poi, tra le copertine dei dischi, London Calling , The Clash.
Certa musica interpreta il senso di ribellione, io non sono mai stata tanto al di sopra delle righe ma la musica dei  Clash mi piaceva,  la trovavo energica e potente, ora il gruppo si è sciolto ma ancora resta quella musica per noi che la ascoltavamo.
La musica resta,  resta sempre, basta qualche nota per riportarti a ciò che eri, a un altro luogo, a un altro tempo.
E poi c’è la parte più frivola e femminile di me, quella prediligeva anche altri artisti.
E tra i tanti c’era quella ragazza con l’espressione stralunata, io veramente avrei voluto vestirmi come lei, non so se i suoi brani siano memorabili eppure hanno segnato un tratto della mia strada.
She’s So Unusual, Cindy Lauper.
Energica, vitale, pazzoide, eccentrica al punto giusto, la sua musica era tutta da ballare e da cantare.
E io avrei voluto i suoi capelli, sì.
Lei cantava Girls just want to have fun, noi eravamo quelle ragazze.
E poi ancora, questa ragazza aveva la camera tappezzata di poster e sul muro per un lungo periodo c’è stato solo un volto, replicato all’infinito in diverse fotografie, avevo persino ritagliato le immagini dai giornali e composto il mio personale quadro di lui.
Sì, ce l’ho ancora, non chiedetemelo, ormai lo sapete, io tengo tutto.
Tenebroso e trasgressivo ma non tanto, spesso vestito di pelle nera.
Con la cresta, rigorosamente biondo platino.
E gli occhi azzurri.
E quando cantava aveva quella strana abitudine, teneva sempre la bocca storta.
Se ci pensate, le copertine dei nostri dischi sono l’album dei ricordi del nostro passato, ad ogni canzone è legato un momento, un piccolo passo o un’esitazione, semplicemente la vita, ogni vita ha la sua colonna sonora.
Lui era Billy Idol, la copertina del suo LP ha lo stile di quegli anni, Rebel Yell , l’urlo ribelle di un tempo che ho vissuto.
Tratta da quell’album, una canzone che ascolto ancora adesso perché la nostra musica resta, resta sempre.