Ascoltavo quella canzone, proprio quella.
L’altra mattina, per strada, sento sempre la musica quando sono in giro.
Me ne sono accorta dopo un po’, il mio passo è diventato più leggero, è il ritmo, il ritmo ti frega di brutto a volte.
E quella canzone, proprio quella.
Bastano alcune note ed io sono di nuovo quella che corre giù dalla creuza per andare a scuola, con lo zainetto sulle spalle.
E quando ti si slacciano le stringhe delle scarpe da ginnastica? Va a finire che perdi tempo e arrivi in ritardo!
E quanto pesa il vocabolario di greco, è di mia sorella, lei è quella che prende bei voti, io invece no.
E insomma, sono io.
Io, noi, a quell’età conta parecchio essere parte di un gruppo. Noi.
A dire il vero io sono sempre stata molto individualista e non ho smesso di esserlo.
Io e quella musica.
C’è un videogioco nel quale sono un vero asso anche se in realtà mi ci diverto solo in estate, quando vado al mare.
E sono diventata così brava che mi basta solo una moneta per arrivare in fondo a tutti i quadri, alla fine c’è un mostro da uccidere.
Metafora della vita, eh? Anche questo l’ho capito molto tempo dopo.
E mentre gioco c’è sempre un ragazzo che mi ronza intorno, no, non gli interesso io, aspetta il suo turno con una certa impazienza.
Sala giochi e discoteca, tipica sequenza delle mie serate estive al mare.
E da qualche parte ho ancora la preziosa cassetta che mi aveva preparato il DJ, potevo non tenerla?
Ascoltavo quella canzone, proprio quella.
Io, io sono quella impulsiva e se mi metto in testa una cosa, la faccio e basta.
Ad esempio, i buchi nelle orecchie.
E chi ci aveva mai pensato a farseli?
Un pomeriggio sono uscita e sono tornata a casa con due stelline sui lobi, dopo breve ho aggiunto un terzo orecchino, poi mi sono stancata di portarli.
Fine, mai più messi.
Io sono quella lì e mi piaceva proprio quella canzone. Take my hand, take my hand.
Era uno dei pezzi che cercavo alla radio, avanti e indietro, infinite volte finché non la trovavo, amo anche altri brani di questo gruppo, ne scriverò un giorno o l’altro, certe sonorità sono splendidamente attuali secondo me.
E comunque c’era questa canzone, la ascoltavo in loop.
E se mi conoscete e mi incontrate per strada e al vostro saluto non ottenete risposta, non preoccupatevi: non vi ho davvero visto.
E probabilmente sto proprio altrove, nel 1982.
E’ il ritmo, sono quelle note, è quella canzone in testa.
Ultravox: Reap the Wild Wind.
Il tempo dei 45 giri è svanito, la puntina del giradischi è arrivata in fondo alla traccia, la musica si è affievolita fino a spegnersi e quel tempo è scivolato via piano.
Forse è rimasto impigliato a certe melodie che non ascoltiamo più o magari è nascosto, rinchiuso in uno di quei contenitori a soffietto dove tenevamo la raccolta dei nostri dischi preferiti.
Il tempo dei 45 giri andava a una diversa velocità, a noi sembrava tutto rapido ma in realtà era molto più lento.
E quel tempo si è sovrapposto a quello degli LP, la memoria in questo caso mi tradisce.
Quando abbiamo smesso di comprare i 45 giri?
Sono scomparsi, senza romantiche nostalgie.
Ed è arrivata l’epoca dei poster appesi al muro, quando l’entusiasmo per il cantante di turno veniva meno i poster andavano a finire arrotolati da qualche parte.
Io i miei ce li ho ancora, è logico, in camera mia per un lungo periodo c’è stato Billy Idol con tanto di chiodo d’ordinanza, cintura con le borchie e cresta biondo platino.
Ai tempi, a Genova, c’era un negozio che adesso ha cambiato collocazione ma io talvolta me ne dimentico, dev’essere una sorta di riflesso a condurmi proprio là, nel luogo dove sono sempre andata a comprare i dischi.
Interi pomeriggi tra vinili, libri, spartiti e strumenti musicali.
E il mio tempo, il nostro tempo era infinitamente più lento.
Un 45 giri era un piccolo passo.
Quella canzone, proprio quella, diventava tua e così non dovevi più cercarla alla radio saltando in continuazione da una stazione all’altra.
Certe facce, certe voci le incontravi in TV ed era immediata affinità.
Tu, proprio tu.
E io ero davvero piccola, a pensarci ora mi pare quasi strano essere rimasta colpita.
Sarà stato il sorriso scanzonato, lo sguardo provocatore, il cappello in testa, un certo riconoscibile carisma.
Ti guardo, ti sento cantare, so che tornerai.
Ed io per gli anni a venire comprerò tutti i tuoi dischi, intanto inizio da qui, dal 45 giri.
Il tempo dei 45 giri andava a una diversa velocità.
Alcuni dischi si ascoltavano di continuo e così la copertina era tutta sgualcita, se si strappava da una parte veniva rattoppata con una striscia di scotch.
E talvolta sul retro c’era il testo della canzone, se si trattava di un artista straniero era davvero una gran fortuna.
E compravi una canzone ma te ne ritrovavi due, c’era anche il trascurato e negletto lato B.
Ammetto di non avergli mai dato importanza, d’altra parte da giovani si commettono fatali errori di giudizio, magari sul lato B di alcuni miei dischi c’è un capolavoro e io neppure lo so.
Il tempo dei miei 45 era il tempo della crescita e il cambiamento, i miei gusti musicali non erano ancora ben definiti e così adesso mi ritrovo con una vasta galleria di artisti molto diversi tra loro.
Ma quando abbiamo smesso di comprare i 45 giri?
Io non lo ricordo.
La puntina del giradischi è arrivata in fondo alla traccia.
Quel tempo si è dissolto ed è divenuto altro, la musica in sottofondo è cambiata così come i volti sulle copertine di dischi.
Ascoltavo, leggevo, cercavo di capire.
E compravo sempre una rivista, una sola.
Era una roba seria, con le foto in bianco e nero.
E c’era tutto: interviste di pregio, esaustive recensioni, date dei concerti e rubriche di vario genere.
E sfogliando una di queste riviste ho trovato una sezione della quale mi ero scordata: gli annunci.
C’era chi voleva fare nuove amicizie, chi vendeva bootlegs, dischi di seconda mano o strumenti, alcuni speravano di ricevere testi delle canzoni, spille, fotografie e ritagli di giornale riguardanti il loro artista pereferito, altri cercavano musicisti per la propria band.
E di tutti c’era nome, cognome e indirizzo.
Sul giornale.
Ora non lo faremmo mai, no.
Quello era un altro tempo.
E a noi sembrava tutto rapido ma in realtà era molto più lento.
Era un altro tempo e andava a una diversa velocità.
Una canzone di Natale, una sola.
Quante ce ne sono? Voi quale scegliereste?
Dai grandi classici del passato ai successi più recenti, versi e parole per il 25 Dicembre.
Una canzone di Natale, una sola.
E non può essere che questa.
Erano gli anni durante i quali nelle feste di Natale avevo l’abitudine di dedicare un tempo infinito a certi rituali degli ultimi giorni dell’anno.
Ad esempio passavo ore e ore nei negozi insieme a quella mia amica, quella che era sempre in ritardo.
E il nostro scopo era uno solo, trovare qualcosa da indossare a Capodanno.
Per non dire degli accessori, collane, orecchini e braccialetti luccicanti, manco a dirlo.
Sì, allora sì.
E mentre scrivo, d’un tratto mi è venuta in mente una cintura celeste sberluccicante di strass che ho ancora nell’armadio, ovviamente.
E mi ricordo che ci mettevamo i brillantini dorati sulle palpebre.
E quando arrivava il 31 di dicembre ero capace di passare l’intera giornata a prepararmi.
C’era il ragazzo che mi piaceva e c’era quella canzone.
E inevitabilmente c’è stata poi per molti anni.
E a Capodanno c’era sempre qualcuno che alzava un po’ il gomito.
E davanti a noi c’era tutto e alle nostre spalle quasi niente, anche se ci sembrava di avere già vissuto tanto.
E c’era una playlist con la musica da ballare e i 33 giri nello stereo.
Da Big in Japan a Moonlight shadow, la colonna sonora di quelle serate è stata la stessa per molti di noi, potrei recitarvi a memoria un lungo elenco di brani e so già che li rammentereste.
E poi c’era Natale e c’era Capodanno con tutte le sue aspettative, non so spiegarne il motivo ma allora per me era così.
E quella canzone.
E c’era una jeep che sale su una strada di montagna.
Una baita, un gruppo di amici, gli sci in spalla e la battaglia con le palle di neve.
E io non so sciare, in realtà.
C’era l’inverno, attorno al calore di un caminetto acceso.
Una grande tavolata, chiacchiere e risate.
E sguardi complici e quella cosa là, l’aspettativa.
E poi la nostalgia, in una canzone di Natale.
La so a memoria, parola per parola.
E c’era Videomusic, questo video l’ho cercato e guardato centinaia di volte, so che avete già capito tutti di quale stia parlando.
Una canzone di Natale, una sola.
Per me, per molti di noi è solo questa.
Era il 1984, loro sono gli Wham e io mi mettevo i brillantini sulle palpebre.
Le panchine dei tempi della scuola.
Vi ricordate quali posti frequentavate una volta terminate le versioni di latino e i compiti di matematica?
Come si può dimenticare!
Per un certo numero di anni dalle sei di sera fino all’ora di cena potevate trovarmi qui.
Sempre, tutti i giorni.
Le panchine di Castelletto, sì.
E la bellezza nostalgica di certe memorie più vivide e reali di molte altre.
E’ accaduto ieri o più di vent’anni fa?
Rewind.
Uno della compagnia aveva un’insolita A112 arancione, a pensarci adesso era un colore davvero anomalo, la parcheggiava sempre nello stesso posto, coi finestrini giù e l’autoradio accesa.
E la musica era quella: i Clash, i Cure, gli U2.
C’erano quelli che si piazzavano sul sellino della moto e quelli che si sedevano per terra, al sabato poi c’era così tanta gente che non si riusciva quasi a camminare.
Istantanea, fotogramma, un flash.
Uno che racconta di un viaggio in Spagna.
Siamo in tre seduti sulla panchina, il ragazzo parla della città che ha visto, a me sembra che racconti di un paese esotico, che strano, eppure non è mica così lontana Barcellona.
Rewind.
L’amica con il viso coperto di efelidi e la pettinatura a caschetto che le cade dritta sul collo.
Ah, che invidia i capelli lisci, io non li ho mai avuti!
E c’è la ragazza che ama camminare sotto la pioggia senza ombrello, cappuccio in testa e mani in tasca, non si scompone.
Ci sono gli amori eterni: quelli che giureresti che dureranno per tutta la vita, per tutti i giorni a venire, per sempre.
E hai anche già deciso cosa regalerai al matrimonio, che vestito indosserai e immagini le faccine dei loro bambini.
E poi il destino a volte invece separa certe strade, accade.
C’è un mondo e ce n’è un altro.
Sarebbe meglio dire, un mondo e il suo contrario.
I finti duri con gli anfibi e le ragazze bionde con la cartella di Naj Oleari sulle spalle.
E lo spazio disponibile pare equamente diviso, alcuni stanno dal lato del tabacchino, gli altri da quello del benzinaio.
Ecco, non c’è manco più il benzinaio.
Le panchine no, quelle sono sempre lì e sono le stesse di allora.
Due mondi che si compenetrano, si sfiorano, si incontrano.
Erano davvero poi così distanti? Con gli occhi di adesso so per certo che non era così.
E so che sopravvivere alla propria adolescenza e la più grande impresa che si possa compiere: a volte ti aiuta la saggezza, altre volte il caso.
C’erano giorni che sembravano brevi ma il futuro sembrava così distante, poi ci siamo precipitati dentro senza neanche accorgercene.
Come mai il futuro è già qui? Come ha fatto ad arrivare così in fretta?
Solo ieri c’erano quelli che avevano trent’anni e mi sembravano vecchi, proprio così!
E poi c’erano quelli di Albaro, mi ricordo un’epica battaglia delle uova della quale fui stupita spettatrice.
Motivazione? Che domande!
Ci sarà stata di certo qualche validissima ragione per far volare tuorli e albumi da una parte all’altra, ora non rammento tutti i dettagli.
Ma come vi dicevo a Castelletto c’era un mondo, era il mio piccolo mondo.
C’erano gli zainetti con i libri buttati per terra, i vocabolari di greco ereditati dai fratelli maggiori, il gelato al pistacchio di Guarino.
C’era il Ciao e la Vespetta, c’era l’amica che arrivava sempre in ritardo e c’erano gli esami di riparazione.
C’erano quelle domande alle quale non trovavamo risposta.
A che caspita mi serve sapere le leggi della termodinamica?
E quando mai nella vita mi verrà utile la Critica della Ragion Pura di Kant?
E quanto dura la penna con l’inchiostro profumato?
E la felicità è quella cosa che tentiamo di evocare con le parole delle canzoni copiate sul diario?
E l’amore? E davvero senza fine o è destinato a spegnersi così come si consuma una candela?
Sì o no?
Sempre o mai?
E’ bianco o nero?
Quella è l’età delle domande ma anche delle certezze senza sfumature, il grigio non esiste.
E non credo sia giusto dire che allora eravamo migliori.
Eravamo diversi, forse avevamo più sogni dei ragazzi di adesso ma non per merito nostro, era il mondo che ci circondava a permetterci di averli.
E io passo spesso da quelle parti.
C’è ancora una macchina arancione, parcheggiata sempre al solito posto con l’autoradio accesa, le chiacchiere e le risate sovrastano la musica.
E c’è la ragazza che cammina sotto la pioggia, cappuccio in testa e mani in tasca.
Ci sono le panchine sulle quali andavamo a sederci ogni giorno.
Quest’estate, nell’ameno paesino della Val Trebbia dove trascorro le vacanze, ho visto qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Una cabina del telefono, il cartello rosso affisso sul vetro preannunciava la rimozione della cabina stessa entro il 30 ottobre 2012.
In questi casi è data facoltà all’utenza di richiedere che il telefono resti attivo, chissà se qualcuno l’avrà fatto.
Temo di no, purtroppo.
Cala un velo su un’era che in realtà è terminata molti anni addietro.
Ma voi ve lo ricordate l’amore al tempo delle cabine?
Lo so, i più giovani non sanno neppure di cosa io stia parlando.
No, non credo fosse meglio prima, era solo diverso.
L’amore e l’amicizia al tempo delle cabine erano ritmati dal clangore dei gettoni che scendevano uno ad uno, un suono inconfondibile.
L’amore al tempo delle cabine era un po’ complicato, difficile accorciare le distanze.
Intanto bisognava procurarsi un numero cospicuo di monetine o una splendida scheda telefonica che dava un senso di maggior sicurezza.
E poi c’era da aspettare il proprio turno, nei luoghi di villeggiatura le cabine telefoniche erano regolarmente prese d’assalto.
E c’era sempre la coda, una vasta umanità si affollava lì davanti.
E non c’era neanche tutta questa riservatezza, se ci riflettete, da fuori si sentiva quasi tutto.
Ci penso adesso, allora non ci facevo affatto caso.
L’amore al tempo delle cabine era un vetro grigio che ti proteggeva a mala pena dal mondo esterno e là fuori magari c’era la casalinga impaziente o l’anziano signore che vi guardavano torvi facendovi intendere che dovevate spicciarvi.
L’amore al tempo delle cabine era certe parole che non diciamo più.
A che ora ti chiamo domani?
Fai in fretta che sto finendo i gettoni!
L’amore al tempo delle cabine era ostacolato da una lucetta rossa: quando si accendeva voleva dire che non si poteva telefonare, accidenti!
L’amore al tempo delle cabine era darsi la buonanotte alle sette di sera, non si poteva far diversamente.
Era un altro tempo, il tempo delle cartoline.
Si tornava dalle vacanze e si trovava la buca delle lettere traboccante di cartoncini rettangolari con panorami marini e montagne innevate.
E poi c’erano alcune amiche che andavano sempre nello stesso posto e tutti gli anni mandavano la stessa cartolina.
Era il tempo della carta da lettere, una missiva ci metteva qualche giorno ad arrivare.
Era l’epoca dell’aspettativa e dell’attesa, della busta che si strappa, dei francobolli ritagliati e destinati ad arricchire certe collezioni.
Il tempo delle penne profumate e delle calligrafie tondeggianti.
Che voi sappiate c’è ancora qualcuno che scrive lettere? Credo di no, si usano altri mezzi di comunicazione rapidi ed immediati.
Era tutto più lento allora.
Era un altro tempo, un tempo che esiste ormai solo nei ricordi.
A volte viene quasi da chiedersi come abbia fatto a passare così in fretta.
Il soldato Faunteleroy.
In trincea da sempre, a Natale.
Per caso qualcuno di voi non lo conosce? Ne dubito, visto che ad ogni festa comandata si ripresenta come un caro parente.
Il piccolo Lord Faunteleroy, dal Nuovo Mondo al regno di Sua Maestà la Regina Vittoria, colui al quale non è consentito passare un Natale in santa pace.
Eh, no! Da tempo immemore infatti il biondo virgulto d’Albione fa capolino dai teleschermi con la sua storia strappalacrime: madre vedova, nonno ricchissimo dal pessimo carattere, le disuguaglianze sociali e l’infinita bontà di questo bambino sempre dalla parte degli ultimi.
E poi il lieto fine, la favola che prende forma, titoli di coda, the end.
Un film che risale al 1980.
Fatti due conti, sarebbero passati trentadue anni buoni.
Il tempo scorre, le cose cambiano.
La gente si laurea, si sposa, fa figli, divorzia, vecchi amori finiscono e nuovi ne rinascono.
Lui invece è sempre uguale: immutabile e immarcescibile, per lustri.
Una delle rare certezze dell’esistenza, Lord Faunteleroy e la sua lacrimevole vicenda.
A Natale e dintorni arriva puntuale come una cartella delle tasse.
A dire il vero, con mio estremo stupore e disappunto, se non erro, quest’anno di lui non c’è traccia.
Voi ne sapete niente?
Qualcuno ha avvistato in qualche landa sperduta nella nebbia un bambino biondo, con i capelli a caschetto, gli occhi cerulei, lo sguardo innocente e la fossetta che gli piega leggermente la guancia?
Indossa un completino nero con un ampio colletto di pizzo, come si conviene per l’appunto a un Piccolo Lord.
Salvate il soldato Fauntleroy, restituitelo alle platee televisive in trepidante attesa del suo ritorno.
In trentadue anni, comprenderete, magari ci è sfuggito un fotogramma e si prova un senso di smarrimento a vedere scivolare via le feste con quest’assenza che pesa come un macigno.
Per il resto, alcune altre rassicuranti presenze hanno confortato queste nostre giornate.
Luci della ribalta? Pratica sbrigata!
Una poltrona per due? Anche!
Pomi d’ottone e manici di scopa? Sarà questione di giorni, non preoccupatevi.
Ciò che desta un certo turbamento, invece, è stata l’improvvisa e inattesa comparsa di una bambina, una certa Emily.
In prima serata!
Anch’essa, come il nostro amatissimo Lord, un giorno scopre di essere erede di una nobile famiglia.
E ha una nonna bisbetica, manco a dirlo.
E come Lord Faunteloroy è biondissima.
Sì, perché i bambini buoni sono sempre biondi, si sa, quelli con le chiome scure sono inaffidabili.
Certo, i capelli chiari conferiscono un’aria angelica, è tutta un’altra storia.
E infatti anche Gesù, pur essendo nato in Palestina, era biondo, questo è assodato.
Ma non perdiamoci in argomenti complicati, dicevamo?
Ah sì, Emily!
Nulla contro questa deliziosa e boccoluta bimbetta, per l’amor del cielo, ma qui c’è del marcio in Danimarca, come direbbe il cigno di Avon!
Ma si può soppiantare così Lord Fauntleroy?
Il Piccolo Lord è un’istituzione imprescindibile, in questo periodo è una di quelle usanze alle quali non si può soprassedere.
E’ l’amico di una generazione intera, di quelli che sono cresciuti ascoltando le Fiabe Sonore nel mangiadischi.
Le bambine a Natale aspettavano la casa di Barbie e poi tutte quelle buste rosa fucsia con gli abiti e le scarpette in tinta per la bambola più vanitosa che esista.
E poi si preparavano le tortine nel Dolce Forno, vi ricordate?
E c’erano due fazioni: tu preferisci Goldrake o Mazinga?
E avevamo decine di scatole con le perline per fare i braccialetti e i moschettoni da pesca per chiuderli.
Bambini cresciuti con il telefono a rotella, cose d’altri tempi.
All’epoca del duplex, che sembra lontana anni luce.
Una generazione che aveva appena terminato le medie quando il Piccolo Lord ha fatto il suo debutto.
Una generazione che ha memoria di tutto ciò che è stato, degli album delle figurine e del Corriere dei Piccoli, del vestitino azzurro del Cicciobello e dei fotoromanzi che la mamma si rifiutava di comperare.
Una generazione intera.
Per tutti noi, salvate il soldato Fauntleroy!
Tempo fa ho letto un post di una nuova amica, questo.
No, io non ho figlie adolescenti con le quali fare shopping.
Ho un paio di Dr Martens, quelle sì.
E allora ho pensato di raccontarvi di loro, perché le mie Dr Martens hanno fatto tanta strada insieme a me.
Le ho comprate quando ho compiuto diciott’anni e quindi, vedete, è davvero un lungo cammino.
E le hai ancora? Forse questo vi starete chiedendo.
Sì, sono sempre le stesse di allora.
Ricordo che le comprai in un negozio dei vicoli, ve ne stupite?
E quando le portai a casa mio padre disse:
– Danno l’idea di essere solide! Queste sono le scarpe che piacciono a me!
Eh, infatti, sono durate tantissimo e non ci penso neanche a sbarazzarmene.
West end girls, accordi e parole dei Pet Shop Boys, a Londra ascoltavo anche la loro musica, oltre a quella dei Cure.
E secondo voi, una ragazza, temporaneamente nella capitale inglese, poteva andarci senza le Dr Martens?
Oh, no! Su e giù per Oxford Street, a Sloane, a Camden Lock, con le Dr Martens ai piedi, nella città più vibrante e più bella d’Europa.
E le Dr Martens dei miei amici inglesi, ai tempi, avevano le cuciture tutte colorate, alcuni le avevano con il rinforzo di metallo luccicante sulla punta e le borchie a vista. Invidia!
Qui non c’erano, per lo meno a Genova, chissà, forse a Milano!
Ma le mie erano semplici, nere, opache con la gomma spessa e le stringhe sottili.
Basiche, resistenti e rassicuranti.
Le stringhe delle Dr Martens le ho cambiate un sacco di volte, capitava che provassi ad allacciarle e che si spezzassero, a causa dell’usura del tempo.
Eh, loro però, le mie Dr Martens, hanno resistito a qualunque battaglia e a qualunque clima, non credo che saprei vivere i rigori dell’inverno senza di loro.
Pioggia, neve, fango, pozzanghere di acqua, come si affronta tutto ciò senza le Dr Martens? Non saprei, le mie sono con me da quasi tutta la vita.
E sapete, per un certo periodo le ho portate anche con la gonna.
Ero giovane e potevo permettermelo.
Si dice che alle donne stiano meglio i tacchi alti e in linea generale sono d’accordo, ma una ragazza con le Dr Martens e la minigonna nera ha un suo perché, di questo sono più che certa.
Poi il tempo passa, si cresce e si cambia, ma io le porto comunque, con i pantaloni. Neri, ovviamente.
Beh, c’è una vita intera nelle mie Dr Martens.
C’è la terra che ho calpestato, sotto quelle suole.
C’è il cortile del liceo classico Colombo, a ricreazione andavamo a sederci sul muretto con la striscia di focaccia.
Ci sono certe panchine e certe serate trascorse a far nulla, dopo i compiti e la scuola.
Far nulla? Che sto dicendo!
Stavamo crescendo, sognando, immaginando, precorrendo i tempi.
Ci ponevamo domande.
Tu cosa farai da grande? E se avrai una figlia come la chiamerai? E credi che ti piacerebbe vivere in un’altra città? All’estero? Avere un’altra vita? Andiamo un anno in America? A New York, a fare le cameriere!
Oppure no, a Los Angeles, con la chitarra al seguito, sulla spiaggia di Santa Monica, sotto il sole cocente.
Cantavamo canzoni che non avremmo mai scordato e facevamo risate che ancora risuonano nella mia testa.
E vivevamo amori che certo, sarebbero stati per sempre.
Quella è l’età dei sempre e dei mai, viene in seguito quella dei forse e dei magari.
Avevamo quelle scarpe ai piedi, tutti.
E non sapevamo ancora che strada avremmo preso, ma eravamo lì, con le nostre Dr Martens.
Le mie hanno salito con me le scale di marmo dell’università, mi hanno accompagnata in mille improbabili lavoretti, che entusiasmo però, per qualunque nuova esperienza.
E sono state e sono ancora le mie più fide compagne di viaggio.
Pesanti da mettere in valigia, ma irrinunciabili per me.
E poi, poi le strade sono tante, infinite, come ricordarle tutte?
Strade di ardesia, di ciottoli, di asfalto, di polvere e di pozze d’acqua.
Strade dritte o piene di curve, di dossi, di incroci.
E bisogna pure decidere da che parte andare.
E di foglie cadute, di erba che cresce, di ghiaia, di mattoni rossi, di marmo dai mille intarsi.
Di giorno e di notte, mentre le stagioni scorrono e si susseguono.
Ho vissuto, corso e camminato su tutte queste strade.
Con le mie Dr Martens, che certo sono consumate, non potrebbe essere altrimenti.
Ho tanta strada da percorrere, ho libri e ricordi da portare con me, ho l’orizzonte davanti ed è una curva perfetta, con un tramonto di fuoco che ha spazzato via le nuvole.
E a volte qualcuno mi chiede come mai io abbia ancora le mie Dr Martens, proprio quelle là di quei tempi.
Le ho ancora, sì.
E sono le stesse di quei giorni, quelle dei tempi delle panchine, quando ci chiedevamo: tu cosa farai da grande?
Questa non è una città dove facilmente incontri persone note, accade assai raramente e comunque non è mai stata una delle mie priorità, neppure da ragazzina.
Tuttavia, come sempre nella vita, c’è qualche eccezione.
Mi piaceva tanto Alberto Fortis, ad esempio, e lui aveva una casa al mare nello stesso luogo dove io andavo in vacanza.
E così ricordo un’estate degli anni Ottanta, io e una mia amica ci piazzavamo sulle scale della casa di Fortis, con la speranza di vedere Alberto passare.
Interi pomeriggi sotto il sole cocente di luglio, seduta su un gradino di marmo.
Avrò avuto sì e no 15 anni, data la giovane età, tendo ad autoassolvermi.
E poi, in realtà, lui da quella casa non è mai uscito.
Ebbi la fortuna, in una di quelle serate estive, di incontrarlo sulla passeggiata a mare: io avevo appena lasciato la mia postazione sullo scalino, lui si stava dirigendo verso casa sua.
E insomma, ero del tutto impreparata a quell’incontro.
Dopo ore ed ore di estenuante attesa, lui si faceva vedere così, all’improvviso?
D’istinto mi venne da corrergli incontro, ma ero talmente sorpresa che riuscii a malapena a spiccicare poche parole:
– Alberto, volevo solo dirti ciao…
Lui mi rispose, ma sinceramente non ricordo cosa mi disse, ed è strano, se ci pensate.
Sarebbe più logico se avessi dimenticato le mie parole, invece delle sue, o forse è normale che sia così.
Così fu breve il mio incontro con Fortis, eppure lo rammento ancora.
E ricordo ancora l’emozione che provai nel pronunciare quelle parole. Volevo solo dirti ciao….
Le parole: in certi momenti della nostra vita, alcune hanno tutto il senso del mondo.
Ancor meglio ho memoria di un incontro che feci anni dopo, qui, a Zena.
Andavo all’Università, ai tempi, e quindi avevo superato da un pezzo l’età nella quale si hanno certi trasporti verso le persone famose.
E poi, come vi dicevo, da queste parti non s’incontra quasi mai nessuno.
Quel giorno ero in Via Garibaldi, da sola.
Giunta all’altezza di palazzo Tursi, vidi di fronte a me una coppia.
Camminavano uno accanto all’altra, tenendosi a braccetto ed erano tutti intenti in una conversazione.
Lui era vestito semplicemente, portava dei jeans un po’ larghi, aveva i capelli che gli cadevano sul collo, lei, biondissima, gli stava accanto e intanto gli parlava, ricordo che aveva dei grandi occhiali da sole con le lenti scure.
Erano Fabrizio De André e Dori Ghezzi.
Si percepiva una tale vicinanza tra loro, che non mi sarebbe mai venuto in mente di interromperla, neppure per un istante.
E mi sembravano davvero superflue le parole, tutte le migliori era già state cantate da lui, mandate a memoria da me, entrate per sempre a far parte della mia vita.
Cosa avrei potuto dire al poeta della vita e della morte, delle storie e dell’amore, delle vicende piccole ed immensamente grandi?
Rimasi in silenzio a guardare e li osservai svoltare in Vico del Duca, verso Via della Maddalena.
Ho ripensato spesso a quel giorno, ogni volta che sono in Via Garibaldi mi si riaffaccia prepotente alla mente l’immagine di loro, uno accanto all’altra.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Mi dispiace che a quel tempo non avessi già più quell’età, l’età nella quale si sanno dire certe parole, che hanno tutto il senso del mondo. Volevo solo dirti ciao…
Ma secondo voi, una che amava i Clash, i Cure e tutta la musica punk e post punk, quale gruppo italiano prediligeva?
Signori, dal cassetto dei ricordi imperituri degli anni ’80, un 45 giri che è entrato di diritto nella storia della musica.
E sì, la copertina è decisamente un po’ sgualcita, ma voi non sapete quante volte ho ascoltato questo disco!
Da destra verso sinistra Mino Riboni, Fulvio Muzio, Silvio Capeccia.
Il quarto, quello con gli occhiali, guardatelo bene perché tutti voi lo conoscete.
Eh, certo magari siete cresciuti in un’epoca nella quale i 45 giri erano già passati di moda da un pezzo, ma quel ragazzo che accenna un sorriso, o forse una smorfia, e che nasconde lo sguardo dietro quei grandi occhiali bianchi è Enrico Ruggeri.
E questi, signori, sono i Decibel.
Ora, forse su questo blog dovrei aprire una sezione intitolata Nostalgia.
Sospiro.
Qualcuno di voi se li ricorda i Decibel sul palco di Sanremo?
Era il 1980 e se cercate il video di quell’esibizione vi accorgerete come fossero davvero altri anni.
Io non ne ho bisogno, mi ricordo tutto alla perfezione.
Loro quattro, camicia bianca d’ordinanza, pantaloni e cravatta nera.
Le luci stroboscopiche, coloratissime.
E lui, Enrico, con i capelli platinati, quegli occhiali da sole. Chi sei contessa, tu non sei più la stessa.
Cantava e poi accennava delle movenze, degli ancheggiamenti, non saprei nemmeno come definirli.
So per certo che fu amore a prima vista.
E quello fu davvero il primo punk italiano, non avrei potuto non amarli.
E certo i Decibel sono passati, Enrico invece è rimasto.
Ed Enrico mi scuserà se i suoi 33 giri sono pieni di righe, ma io li ascoltavo in continuazione.
Enrico Ruggeri, mi pregio di amare solo la bella musica, ho buon gusto in questo settore.
Enrico è Il mare d’inverno, una canzone che ti costringe a riflettere e a guardarti dentro, come molti altri suoi brani , nostalgici e struggenti, come Portiere di notte, Con la memoria e Rien ne va plus. Ma Enrico è anche Je t’aime, Dalla vita in giù e Certe donne, quest’ultima canzone è particolarmente nelle mie corde, sia per il testo che per la sonorità. Piano americano e sfioro il tavolo con una mano, pomeriggio strano e un desiderio che è fuggito lontano, questo è l’incipit di Polvere, uno dei brani più significativi di Enrico, nulla è scontato e banale nei suoi testi e per me ogni parola ed ogni nota è una sensazione, un ricordo, un pezzo di vita.
E non ci sono dubbi, se parliamo di Ruggeri e dei suoi brani, spesso si tratta di poesie.
Un poeta con un’anima rock, direi.
Scappo via ogni giorno sai,
suono il mio rock senza fermarmi mai. Sono sicuro che dentro qualcosa ti manca,
di rose e di noia devi essere stanca,
che strade percorri toccando il cuscino
a volte lo so mi vorresti vicino,
morendo un po’.
Tempo fa, la mia dolce amica Claudia commentò così il mio post su John Lennon: io allora, negli anni Ottanta, non c’ero ancora.
Sospiro.
Ho idea e certezza che non sia la sola, tra i miei lettori.
Quelli della mia generazione, coloro che sono stati adolescenti negli anni Ottanta, si riconoscono in una frase tratta da un famoso film, Marrakech Express; la pronuncia Fabrizio Bentivoglio, con un velo di nostalgia. Queste sono le sue parole: Ci hai mai pensato al fatto che saremo gli ultimi che hanno i ricordi in bianco e nero?
Noi siamo questi, le foto della nostra infanzia ci ritraggono con i calzini corti e i sandaletti blu, noi bambine portavamo spesso le treccine, ora, a quanto pare, non si usa più.
E le immagini di quel tempo sono, appunto, in bianco e nero.
Era tutto diverso, ma anche tutto uguale.
La nostra adolescenza, come quella di chiunque in qualunque epoca, è stata per noi la scoperta del mondo.
Noi siamo quelli che non avevano i cellulari; telefonavamo dalle cabine, con il gettone.
Che schiavitù, direte voi! E che libertà, aggiungo io: uscivamo di casa e nessuno sapeva dove fossimo, non potevano cercarci.
Che altro è la libertà, se non questo?
Eravamo lontani ed irraggiungibili, qualcosa che le nuove generazioni penso non abbiano mai provato.
Certo c’era una sostanziale differenza: i nostri genitori erano molto più severi di quelli di adesso, non potevano telefonarci ma c’erano comunque, erano nelle nostre teste, nei nostri pensieri, ci ponevamo sempre il problema delle loro reazioni.
Noi però in due sul motorino ci andavamo lo stesso. Senza casco. Non era sano, non era sicuro, ma lo facevamo. Il Ciao e il Sì, oltretutto, erano poco più che una bicicletta con un motore sotto, a pensarci ora fa sorridere, ma anche un po’ paura.
Gli anni Ottanta.
In quel periodo si imposero le super modelle. E i loro nomi erano Claudia, Jasmin, Naomi, Renee e Stephanie, solo per citarne alcune. Ed erano magre ma con le curve, erano belle ma non scheletriche.
E avevano dei fidanzati che tutte avremmo voluto, Renee faceva coppia con John Taylor, il bassista dei Duran Duran, mentre Jasmin sposò, tra la delusione generale, il cantante Simon Le Bon.
La moda non aiutava molto, per un certo periodo andarono per la maggiore le giacche con le spalline imbottite e gli scaldamuscoli da portare sopra i pantaloni, una maniera certa per mozzare la figura.
E riguardo allo stile si affermarono, tra gli adolescenti, due opposte correnti di pensiero.
Voi delle foto in bianco e nero ve li ricorderete, i paninari: piumino Moncler, calze a rombi dai colori pastello, orologio Swatch, borsa Nai Oleari con fantasie a fiorellini, scarpe Timberand, maglioni dalle tinte tenui, come il rosa, il verdino e l’azzurro.
C’era poi una corrente totalmente opposta, quella che a me intrigava di più, un po’ dark, in alcuni casi fino all’eccesso. Total black, pantaloni a sigaretta, chiodo, anfibi e Dottor Marteen’s, le mie ce le ho ancora e le uso ancora adesso, fatto che mi sembra, a suo modo, stupefacente.
Portavo i capelli a crestina, tenuti su con il gel, a volte mi coloravo qualche ciocca con dei colori fluorescenti, niente di eccessivo ma ricordo che, a Londra, vidi un ragazzo punk con una cresta da gallo cedrone che risvegliò in me una certa invidia.
E poi la musica, punk e post punk: Siouxsie and the Banshees, i Clash, i Cure, Adam & the Ants, Billy Idol.
Era tutto diverso ma anche tutto uguale, penso che sia così, sì, è un tratto tipico di ogni adolescenza.
A me piacevano stili e mode diversi e distanti tra loro, non sono mai stata, per carattere, gregaria in un gruppo, sono troppo individualista, seguo ciò che mi piace e condivido, ma se il mio sentire mi porta altrove, seguo il mio istinto, penso e decido come credo giusto.
Quando si è giovani è normale tentare di riconoscersi in un gruppo, ricercare la propria identità attraverso gli altri, perseguendo un senso di appartenza ad una piccola cerchia di persone che reputi simili a te; io ho sempre fluttuato tra mondi diversi, entravo ed uscivo da universi apparentemente incompatibili tra loro, ma in ognuno di essi c’era un po’ di me, non so se sia stato un bene oppure un male, ma io sono fatta così.
Avevo amiche che passavano interi pomeriggi in discoteca, ma quello no, non è mai stato il mio ambiente.
Ma la musica, la nostra musica è stata la prima vera, originale musica dance, quella nata sulla scia del successo di Saturday Night Fever, dove John Travolta, nei panni di Tony Manero, volteggia sulla pista dello Studio 54 con il suo completo bianco.
Danza, musica, sogni, sono gli stessi temi di Flashdance, un film che tutti conoscete e che ebbe, allora, grandissimo successo.
E la musica, quella musica è rimasta nella nostra memoria, resistendo all’usura del tempo, le note e le parole sono quelle dei Queen, dei Frankie goes to Hollywood, degli Europe, di George Michael e degli Inxs, dei Culture Club e di Michael Jackson, di Prince e di David Bowie.
The White Duke, così era soprannominato Bowie e sua era la colonna sonora di Christiane F., il film che tratta il difficile tema della dipendenza e che ai quei tempi mi impressionò molto.
Era tutto diverso ed anche tutto uguale, la mia percezione dell’esistenza, allora, era basata su un principio semplice ed elementare: sono giovane, ho tempo.
Se sbaglio, avrò giorni, vita davanti e tempo per rimediare, per cambiare strada, per tornare indietro.
E’ il senso di onnipotenza, in parte illusorio e in parte assoluto, tipico dell’adolescenza, una sensazione che tutti hanno provato e non si può descrivere.
Ed era diverso e tutto uguale, in qualunque epoca siate cresciuti, per ognuno di noi, in maniera differente per ciascuno è stato così.
E potrei scrivere ancora per ore, quando parlo di quei giorni mi prende una certa nostalgia, i ricordi affluiscono alla mente improvvisi e chiarissimi. Ci hai mai pensato al fatto che saremo gli ultimi che hanno i ricordi in bianco e nero?
E mentre scrivo ascolto la musica, la musica di quei giorni e come si può scegliere una canzone che sia il simbolo di un’epoca? Difficile decidersi, questa in parte lo è stata: l’abbiamo ballata, registrata dalla radio sulle cassette, ascoltata in cuffia con i primi walkman.
Per voi, gli Human League, note e parole di anni nei quali era tutto diverso, ma anche tutto così dolcemente uguale.