E’ un giorno di maggio del 1868 e un giovane uomo se ne sta seduto su un imponente divano collocato al centro del Salon Carré, al Louvre.
L’uomo ha con sé una piccola guida e un binocolo da teatro, è un tipo prestante e dotato di fascino, ha appena trascorso un tempo infinito nella contemplazione delle numerose opere d’arte esposte nel museo parigino e ora sta ammirando una Madonna di Murillo.
Il giovane è un brillante uomo di successo, ha accumulato un’immensa fortuna ed è venuto in Europa per poter godere delle sue ricchezze.
Il giovane è il protagonista di uno dei primi romanzi di Henry James dal titolo L’Americano.
Un Americano a Parigi, si potrebbe dire, non a caso lui si chiama Christopher Newman, è come un novello Colombo che compie un viaggio verso il vecchio continente dove troverà un universo del tutto differente da quello che conosce.
E su questo terreno si svolgerà uno dei temi cari ad Henry James, lo scontro tra il pragmatismo americano e la cultura della vecchia Europa.
Due mondi che si sfiorano e difficilmente si comprendono, accade in questo romanzo dalla scrittura fluida e molto godibile, i classici non deludono mai ed Henry James ha una capacità evocativa a mio giudizio fuori dal comune.
E si cammina per i Boulevards di Parigi accanto a Christopher Newman, l’uomo del Nuovo Mondo trova nella capitale francese un suo vecchio amico, Tristam.
E costui è quasi perduto nelle mollezze dei suoi ozi europei, parla quasi con una certa leggerezza degli Stati Uniti e questo fatto irrita in maniera irreparabile il puro Newman.
E poi si parte con Christopher, si parte per il Grand Tour, la passione degli americani del tempo, viaggiare da una città all’altra d’Europa e scoprirne le bellezze.
Cosa attira l’attenzione di un americano in Europa?
A Bruxelles Newman resta colpito dalla torre gotica dell’Hotel de Ville e fantastica sulla possibilità di costruirne una simile a San Francisco.
E poi attraversa la Svizzera, la Germania, l’Austria, il viaggio ha un forte significato simbolico e diviene il mezzo per raggiungere la coscienza di sé.
E tuttavia l’americano torna a Parigi ed ha un’ottima ragione per farlo, l’uomo del Nuovo Mondo ha trovato in quella città la donna che vuole sposare, lei si chiama Claire e appartiene a una famiglia aristocratica che ha antiche origini.
Un amore a quanto pare ricambiato, eppure il giovane troverà diversi ostacoli sul suo cammino.
La vecchia aristocrazia parigina non si mescola con uno che ha fatto i soldi con il commercio, in questo c’è un tratto di volgarità inaccettabile per quel certo mondo.
E così il matrimonio verrà osteggiato e la vicenda si snoderà tutta nel tentativo di Christopher di riavere Claire tutta per sé.
Riuscirà l’Americano nella sua impresa?
Oppure da questo scontro ne uscirà battuto e sconfitto?
E lei, Claire?
Si ritira in un convento di Carmelitane, lasciando fuori dalla porta tutte le lusinghe e gli agi della vita bella che prima conduceva.
Rimarrà lì oppure tornerà tra le braccia di Christopher?
Un romanzo intenso e molto cinematografico, Henry James sa restituire ai lettori personaggi di carattere, vividi, reali e credibili.
E in questo romanzo spiccano alcune figure femminili come Mademoiselle Noémie, la giovane pittrice che con tele e pennelli riproduce fedeli copie dei quadri del Louvre.
E certamente merita una menzione la Signora Bread, la governante della ricca famiglia di Claire, costei ha qualche conto in sospeso con quella famiglia e troverà il modo di regolarlo.
Un romanzo giocato sulle differenze, sulle sfumature di mondi distanti, da una parte gli scaltri europei capaci persino di giocare con le parole e dall’altra lui, l’Americano.
Tuttavia, la buona aristocrazia del vecchio mondo non è affatto immune da peccati capitali e la rinomata famiglia parigina cela un terribile segreto, lo si scoprirà nelle ultimi capitoli del romanzo, in certe pagine che hanno delle tinte quasi noir.
E lui, l’Americano saprà usare a suo vantaggio le informazioni delle quali entra in possesso?
E’ fiero e combattivo e va dritto allo scopo, basterà questo a fare di Christopher Newman un vincente?
Un romanzo che scivola via piacevolmente, scritto da una penna sapientemente abile.
E se avete amato Isabel Archer, la protagonista di Ritratto di Signora, altro celebre romanzo di Henry James, provate a conoscere anche Christopher Newman, l’uomo del Nuovo Mondo.
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Nostalgia di Parigi
Ci penso da diverso tempo a Paris, una meta da raggiungere infinite volte, con il suo fascino eterno riserva sempre stupore e meraviglia.
E’ la nostalgia di Paris, della sua atmosfera vibrante e unica, vi ho già raccontato cosa sia per me Parigi, ne ho scritto in questo articolo.
E se potessi partire domani so già fin d’ora dove andrei, sì.
Queste sono le mie ragioni per tornare a Paris, chissà se coincidono con le vostre?
Innanzi tutto devo fare acquisti, è quasi scontato che potrebbe piovere.
Quindi, appena uscita dall’aeroporto salirei su taxi e con una certa enfasi direi:
– Avenue Daumesnil, mercì!
E poi me ne andrei qui , in questa boutique dove si confezionano ombrelli e ombrellini di ogni genere.
E non so scegliere, non è meraviglioso questo negozio?
E armata di tutto ciò che occorre per affrontare il maltempo partirei alla scoperta dei luoghi che ancora non ho veduto.
Per due volte l’ho trovato chiuso e mi è rimasto il desiderio di visitarlo, è il Musée National Eugène Delacroix, dove sono raccolte le opere del celebre artista.
E poi trascorrerei un intero pomeriggio al Palais Galliera il Museo della Moda di Parigi, un altro luogo che non ho ancora avuto la fortuna di visitare.
Questa fu la dimora della Duchessa di Galliera e una genovese nella Ville Lumière certo non può perdere questa visita, non credete anche voi?
E tornerei ancora al Museo Jacquemart-Andrè, in questo periodo c’è la mostra Désirs & Volupté dedicata all’epoca vittoriana, tra le altre si possono ammirare opere di Edward Burne-Jones, John William Waterhouse, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millais.
E poi ancora, andrei a visitare un piccolo museo che suscita la mia curiosità.
Abiti ricercati, pizzi, occhi sgranati e visi di porcellana, è tutto da scoprire Le Musée de la Poupée , totalmente dedicato alle bambole, c’è da incantarsi!
Ah, Paris! Quanto amo gironzolare per i suoi ampi boulevars e lungo la Senna, sono stata capace di trascorrere intere giornate camminando per ore.
L’ultima volta il mio albergo era in fondo all’Avenue de La Grande Armée e andavo sempre a piedi.
Giù, lungo gli Champs-Elysées, fino a L’Île de la Cité e oltre.
E ogni tanto mi soffermavo davanti alle stazioni della Metropolitana, magari faccio due fermate.
No, cammino, cammino per le strade di Parigi.
E certo, ci vuole una sosta, giusto?
E a me piacerebbe farla da Angelina, prenderei un tavolo tutto per me e mi concederei una golosa merenda.
E poi come perdersi una puntata da Ladurée? Si può andare a Paris senza gustare i macarons? Eh, sarà scontato però io sono già lì con il naso appiccicato alla vetrina, sappiatelo!
E poi ancora, la facciamo un’escursione? E anche questa forse è prevedibile, ma io non ho mai visto il Castello di Fointainebleu e quindi salirei sul treno e me ne andrei a passeggiare per quell’incantevole giardino e per quelle sale regali.
Parigi, Parigi è tanti luoghi da scoprire, è la sua storia e i suoi scrittori, io mi perderei volentieri nella Maison de Victor Hugo, basterà una mattinata?
Il museo si trova in una delle piazze più belle della città, in Place de Vosges.
E poi uscita di lì potrei cercare un bistrot, uno di quelli con le sedie di vimini, mi accomoderei al tavolo, aprirei la mappa di Parigi e studierei un nuovo itinerario tra i mille luoghi che non conosco di questa meravigliosa città.
E sarei altrove, dentro al mio sogno.
Gli ingredienti segreti dell’amore
Ho comprato un libro affascinata dalla sua copertina, vi succede mai?
Era lì, tra tanti altri.
Io che prediligo i classici ho comprato questo libro, qui trovate quell’immagine, è una ragazza vestita di rosso, sullo sfondo la Tour Eiffel.
E poi ho fatto come sempre, di solito leggo le prime dieci righe.
E mi sono bastate poche parole, queste:
L’anno scorso, a novembre, un libro mi ha salvato la vita.
Così ho acquistato Gli ingredienti segreti dell’amore di Nicolas Barreau, del resto chi non vorrebbe avere questa preziosa ricetta?
Un libro dolce come un dessert al cioccolato dal cuore morbido servito su un piattino di porcellana al tavolo di un bistrot parigino.
Una storia e una giovane donna, Aurélie Bredin, lei è proprietaria di un ristorante della Ville Lumiere, Le temps de cherises, è una chef che prepara piatti raffinati.
Un amore finito e un romanzo con il quale Aurélie cerca di distrarsi, tra quelle pagine, con suo grande stupore, Aurélie trova il suo locale ed anche se stessa, è proprio lei la protagonista di quel libro.
Chi mai sarà questo misterioso scrittore che sembra conoscerla così bene?
Non sarà affatto semplice scoprirlo, l’intera vicenda di Aurélie si snoda attorno a queste ricerca e all’incontro che ne seguirà.
Io ho comprato il libro per la copertina, l’ho detto.
E certo si tratta di una lettura poco impegnativa, di gradevole evasione, vi accompagna una scrittura garbata e lieve.
E a volte pare davvero di passeggiare lungo i boulevards di Parigi, su per i viali del Pere Lachaise dove Aurélie si intrattiene a parlare con un’attempata signora.
Aurélie che colleziona pensieri e istanti.
Una delle pareti di camera mia è tappezzata di foglietti colorati pieni di pensieri fugaci… attimi catturati, che non hanno altro scopo se non quello di starmi vicino.
Aurélie che alle Tuileries ha una sua panchina, si siede solo su quella, è proprio la sua, del resto.
Aurélie che pianta i fiori e mette le campanule nell’acqua.
E sì, è proprio così, lei ricorda la svagata Amelie Poulin che tutti avete veduto sul grande schermo.
Aurélie che ha desideri comuni ad ognuno di noi:
Spesso il confine tra felicità e infelicità è labile: a volte la felicità arriva per vie traverse.
E questa è una piccola verità tratta da un libro che certo non ha pretese filosofiche.
Un libro che vi regala Parigi e le sue magiche strade, un libro che vi ingolosirà, il profumo dolce delle crepe Suzette pare spandersi dalle pagine del romanzo.
E poi troverete il Menu d’Amour di Aurélie, con tanto di ricette in appendice.
E sì, c’è anche quel gâteau au chocolat dolce come l’amore.
C’è il cielo rosa sopra Saint Germain, c’è uno scrittore misterioso, c’è la polvere di stelle delle luci di Parigi, ci sono lunghe lettere, c’è una protagonista che si sente come Alice nel Paese delle Meraviglie che incontra il Bianconiglio.
Un romanzo che è un piacevole compagno di qualche ora, una gradevole e sognante evasione.
E una citazione all’inizio del libro.
La felicità? Sì, a volte è proprio quella cosa lì.
La felicità è un cappotto rosso con la fodera a brandelli.
(Julian Barnes)
17 Maggio 1684, le bombe del Re Sole sulla Superba
Oggi vi racconto una storia.
O meglio, vi racconto una pagina di storia: drammatica e appassionante, avventurosa e reale.
C’era una Repubblica indomita e orgogliosa e c’era un sovrano che sedeva sul trono di Francia: Luigi XIV detto il Re Sole.
Genova intratteneva i suoi fruttuosi traffici commerciali e aveva ottenuto concessioni in Oriente, Genova era fedele alla Spagna.
Anno dopo anno si accesero i contrasti, la potenza francese esigeva la sottomissione della Superba.
E così, nel lontano 1679, a Genova fu ingiunta una perentoria richiesta: le artiglierie genovesi dovevano rendere omaggio alle navi francesi sparando a salve al loro ingresso nel porto di Genova.
Ma figurarsi, sono i foresti che devono tributare omaggi ai genovesi!
E insomma, il Comandante della flotta francese, l’Ammiraglio Abrahm Duquesne, non la prese affatto bene e in quella circostanza si allontanò dalle coste liguri cannoneggiando Sampierdarena e in seguito Sanremo.
E gli anni passarono, giunse il 1682.
Credete che il Re Sole si fosse dato per vinto?
Manco per idea, anzi!
In quei giorni accaddero cose strane, sul territorio della Repubblica si potevano incontrare certi personaggi vestiti da pittori e da religiosi.
Nessuno sapeva che quelli in realtà erano agenti segreti inviati dalla corte di Francia con il compito di setacciare ogni angolo della Repubblica per controllare il sistema difensivo, le fortificazioni e le batterie delle quali Genova disponeva.
Ma i nemici provenivano da ogni dove, la Superba doveva difendersi.
E così c’erano quattro galee all’ancora, nel porto di Genova, quattro imbarcazioni per difendere la città in caso di attacchi barbareschi.
E queste divennero uno dei pretesti che la Francia usò per attaccar briga e poter aggredire la città.
Vennero poste alcune condizioni, tra queste il disarmo delle quattro galee, i Francesi accusavano i genovesi di averle armate contro di loro.
E poi, naturalmente, si intimò alla Repubblica di mettersi sotto la tutela della Francia e di tributare, come già richiesto, il saluto alle navi francesi.
Il Doge Francesco Maria Imperiale Lercari e i senatori si trovarono concordi: le condizioni erano inaccettabili.
E giunse quella mattina di primavera, giunse il 17 Maggio 1684.
Chissà, forse era una giornata di cielo terso e luminoso come spesso accade in Liguria in quella stagione.
Quel giorno l’intera flotta francese si schierò nel mare di Genova, vascelli, galee e bastimenti coprirono la superficie dell’acqua dalla Foce alla Lanterna, 756 bocche di fuoco erano puntate contro la Superba.
Giunse un ultimatum, si decidevano questi genovesi a sottomettersi al Re Sole?
Come risposta dalle batterie dei forti partirono cannonate contro la flotta francese.
E fu l’inizio della disfatta.
La città fu bombardata per 4 giorni consecutivi, su Genova piovvero le terribili bombe incendiarie che distrussero chiese ed edifici.
Una di queste bombe si trova a Palazzo San Giorgio che pure venne colpito in quei giorni difficili.
Una città devastata e aggredita, le bombe caddero sulla Chiesa delle Grazie, su San Donato, su Santa Maria in Passione, sul Ducale che era dimora del Doge e sulle case dei cittadini.
Distruzione, morte e fuoco.
E fuga, vennero aperte le porte dell’Acquasola e di Carbonara, fuggì la plebe e fuggirono i nobili.
Il Doge fu costretto a riparare all’Albergo di Carbonara, ovvero l’Albergo dei Poveri, lì si trasferì anche il Governo della Repubblica e lì vennero condotte ceneri del Battista che si trovano nella Cattedrale di San Lorenzo.
La Francia ripropose le sue condizioni ma queste vennero nuovamente rigettate.
E le bombe continuarono a cadere.
E le bombe continuarono a cadere, la città era un incendio.
I genovesi ebbero la forza di difendere la Superba con grande coraggio, evitando che la gran parte dei soldati francesi sbarcasse dalle navi.
C’è un quadro che testimonia quei giorni, si trova in Santa Maria di Castello e raffigura la chiesa in fiamme a causa delle bombe lanciate dalla flotta francese.
E lì, in quella stanza, si trova una di queste bombe.
Ne caddero in totale 13300, il bombardamento ebbe fine il 28 Maggio in quanto i francesi avevano terminato le loro munizioni.
La storia triste e drammatica di questa vicenda ha un epilogo curioso e a suo modo divertente che vede protagonista il Doge Lercari.
La storia è fatta di trattati e di compromessi, a volte.
Era il mese di maggio 1685: il Doge con il suo seguito di nobili, si vide costretto a recarsi a Versailles a richiedere la clemenza del Re, che in cambio avrebbe fornito alla Repubblica i denari necessari per ricostruire gli edifici di Genova danneggiati dal bombardamento.
Fu accolto con grande sfarzo e grande sfoggio di ricchezza, attraversò le sale splendenti di Versailles e infine si trovò nel luccichio della Galleria degli Specchi.
Tutto si svolse secondo il protocollo nella splendida reggia del Re Sole.
E si narra che infine venne chiesto al Doge Lercari che cosa lo avesse maggiormente stupito di Versailles.
E lui, al cospetto del Re di Francia, pronunciò solo due parole in dialetto genovese:
– Mi chi!
E cioè, io qui.
Mentre l’intera corte si attendeva che magnificasse la grandezza e il fulgore di Versailles, il Serenissimo Doge lasciò tutti con un palmo di naso esprimendo così il suo amaro rammarico nel vedersi lì, davanti a Luigi XIV, colui che aveva ordinato l’aggressione della sua Genova.
Accadeva diversi anni fa, dopo che le bombe francesi erano cadute sulla Superba.
Élisabeth Vigée-Le Brun, una ritrattista alla Corte di Francia
La luce fioca di una lampada e la mano di una bimba che disegna.
E’ un ritratto maschile, la bimba ha appena otto anni ed è figlia dell’artista Louis Vigée, il padre la osserva disegnare, riconosce il suo talento ed esclama: Sarai pittrice, bambina mia, o nessun altro mai lo sarà.
E questo è uno dei primi ricordi che Élisabeth Vigée-Le Brun consegna ai posteri, le parole sono tratte da un libro dal titolo Memorie di una ritrattista.
Una pittrice alla Corte di Francia, artista prediletta dalla Regina Maria Antonietta da lei ritratta in molte celebri opere che sono esposte al Louvre, al Castello di Versailles e in molti altri celebri musei e che potete ammirare qui.
E oltre al suo tratto gentile a noi sono giunti i suoi ricordi, memoria preziosa di anni concitati e furiosi, gli anni della Rivoluzione Francese.
E Madame Élisabeth narra di un primo fortuito incontro con la sua Regina, nello splendido scenario del Castello di Marly, Maria Antonietta ha con sé un seguito di dame tutte vestite di bianco e con loro passeggia in quel parco meraviglioso, tra cascate e giardini, un castello del quale non rimane più nulla.
E’ appena ventenne quando va in sposa a Jean-Baptiste-Pierre Le Brun ed è già una nota pittrice.
Talento e pennelli alla Corte di Francia ed è proprio lì che Madame vi condurrà, nella sale della radiosa Versailles.
E’ una triste nostalgia la sua, le sue parole sono spesso velate di malinconia.
Madame Le Brun detestava le parrucche, la cipria e la moda femminile del suo tempo, le piacevano gli scialli e i drappeggi, prediligeva pettinature naturali, le stesse che si possono ammirare nei suoi autoritratti.
Una pittrice a Corte, lei dipinge ritratti di tutta la famiglia reale e soprattutto immortala la sovrana Maria Antonietta, donna dalla graziosa bellezza e dalla pelle chiara e trasparente, dal portamento elegante e fiero.
Una regina tanto detestata dai rivoluzionari quanto amata da Madame Le Brun che di lei sottolinea la gentilezza e la bontà.
Élisabeth conobbe tutto quell’universo di persone che ruotava intorno a Versailles.

Incontrò Madame Campan, prima di cameriera di Maria Antonietta e anch’essa autrice di memorie di corte, le sorelle di lei, Madame Augueir e Madame Rousseau.
Ritrasse la principessa di Lamballe, nobildonna nota per la sua fedeltà alla corona, che cadrà vittima dei rivoluzionari: la sua testa verrà messa in cima ad una picca e sarà portata in giro per le strade di Parigi in un lugubre e triste spettacolo.
Nobildonne e cortigiane, una in particolare colpì Madame Le Brun: è Jean Du Barry, un tempo favorita di Luigi XV.
Quando lei la incontra ha già 45 anni, è una donna piacente ma non bellissima, riceve la pittrice nel palazzo a Louveciennes, dove trascorre il tempo passeggiando nello splendore di quel parco.
Jean, che indossava solo abiti di mussola e di percalle, dopo pranzo era solita recarsi con la pittrice in un salotto ricco e splendido dove un tempo si intratteneva a pranzo con Luigi XV.
Al tempo dell’incontro con Elisabeth a godere dei favori di Jean Du Barry era il duca di Brissac, che verrà anch’esso massacrato e decapitato, la sua testa verrà messa davanti agli occhi inorriditi di a Jean.
Tragedie della Rivoluzione, Madame Le Brun scrive che la Du Barry fu l’unica donna che sul patibolo supplicò il boia con parole e gesti disperati, tanto da commuovere la folla che era venuta ad assistere alla sua esecuzione.
Rivoluzione e fuga, ritratti lasciati incompiuti e una diligenza che conduce Madame Le Brun e sua figlia verso la salvezza, la sua vita sarà fitta di viaggi e di incontri, sarà in Italia, in Austria ed è qui che apprenderà la notizia della morte di Luigi XVI di Maria Antonietta.
E’ altrove Madame Le Brun, da tempo non legge più le gazzette, da quando vi ha trovato i nomi di suoi conoscenti tra le persone ghigliottinate tenta di tenersi lontana da quegli orrori.
Ma la notizia arriva per lettera, nelle parole vergate dal fratello di lei.
La attendono altri viaggi, la Russia e l’Inghilterra, ritornerà nella sua Francia e nella sua Parigi.
Ebbe una vita densa di avvenimenti e di incontri, le sue memorie sono uno splendido spaccato sul suo tempo, una maniera per incontrare e guardare mondi passati attraverso gli occhi di una grande artista.
E io vi ho appena accennato ai suoi giorni francesi, al tempo della regina Maria Antonietta e della Rivoluzione, se siete appassionati di questo periodo storico Memorie di una ritrattista è un testo che merita, se fosse fuori edizione vi consiglio di cercarlo in biblioteca, sono certa che ne gradirete la lettura.
E poi ci sono i quadri di Élisabeth Vigée-Le Brun, quei sorrisi appena accenati e le carnagioni diafane, quei colori accesi e quei cappelli piumati, i bimbi di corte e le nobildonne.
Sono i quadri di lei che fu una ritrattista alla corte di Francia.
Madame Legros e Latude, storia di una battaglia per la libertà
Eventi e vicende avvenuti in altri secoli, il romanzo più appassionante: la vita vera.
E una donna come protagonista: Madame Legros.
Di lei alcuni scrivono che fosse una merciaia, altri una povera venditrice di giornali.
Qualunque fosse la sua professione come potrà mai essere accaduto che una semplice bottegaia sia potuta passare alla storia?
Per un caso fortuito il destino di lei si incrociò con quello di un certo Latude, un militare che aveva studiato una maniera piuttosto maldestra per entrare nelle grazie della Marchesa di Pompadour, amante di Luigi XV.
Correva l’anno 1749, Latude inviò alla favorita una busta con del veleno e fingendosi del tutto estraneo alla vicenda le scrisse una lettera per avvisarla del pericolo che correva ad opera di qualche malfattore che intendeva attentare alla sua vita.
Il trucchetto, ahimé, non funzionò, la trama di Latude venne scoperta e lui venne fatto accomodare alla Bastiglia, non sarà la sola galera che vedrà.
Un prigioniero che non si arrende: la difficoltà aguzza l’ingegno e Latude sperimenta una serie fughe rocambolesche, evade più di una volta, dalla Bastiglia se la batte con una scala creata con la biancheria a sua disposizione.
Lo riacciuffano e finisce di nuovo in una cella, questa volta si tratta di un cupo sotterraneo popolato da numerosi topi.
Ha anche una fiduciosa ingenuità: durante una delle sue evasioni scrive alla Pompadour cercando di spiegare le proprie motivazioni, scrive persino il suo indirizzo sulla busta.
Oh, la Marchesa sarà magnanima, certo accorderà il suo perdono!
Non è così, la favorita dispone che l’uomo venga tratto in arresto.
Latude è un uomo che non cede, il tempo scorre, anni e anni di prigionia in condizioni drammatiche, è stremato nel fisico ma l’animo è forte e combattivo.
E ancora una fuga, in seguito alla quale l’evaso si presenta a Versailles: reclama giustizia ma come prevedibile viene nuovamente arrestato.
E infine la svolta, l’attimo che ti cambia la vita: Latude redige una memoria, è indirizzata a qualcuno al quale lui chiede aiuto, la consegna a un secondino e costui la smarrisce.
E come nella trama dei migliori film quella carta viene raccolta da Madame Legros.
Lei legge, il dolore di quell’uomo la tocca e la commuove, la sconvolge l’orrore di quella prigionia, la semplice Madame Legros ha trovato la sua causa per la quale combattere: la libertà di Latude.
Comincia a bussare a tutte le porte, cerca un sostegno, qualcuno a cui rivolgersi, qualcuno che frequenti la corte di Francia.
Chi è quella donna? Si parla di lei, della sua ostinata caparbietà.
Chi è quella donna? Forse ha qualche losco interesse? Forse è l’amante di lui?
La polizia la ferma, la interrogano e le pongono domande a non finire.
E gli anni passano, la vita di lei subisce i suoi lutti e i suoi mutamenti, attorno a Madame Legros c’è sempre l’aura del sospetto.
Chi è quella donna che difende Latude con tanta tenacia?
Trova una mano tesa in Madame Duchesne, camerista di Corte.
Ed è a Versailles che Madame Legros si reca, a piedi, incinta di parecchi mesi, in nome della libertà di uno sconosciuto.
Non ha successo, altri nobili di corte la avversano.
Madame Legros è una donna di una certa tempra, non basta un ostacolo per farla desistere e si rivolge ad altri, questa volta il suo interlocutore è il Cardinale di Rohan il quale parla con il Re Luigi XVI, altrettanto fanno certe nobildonne che hanno preso a cuore la vicenda.
Il re è irremovibile: c’è un uomo rinchiuso alla Bastiglia da anni e un sovrano che si rifiuta di rendergli la sua libertà.
E una donna, infaticabile, che si ostina a chiedere ciò che ritiene giusto.
E Madame Legros riuscirà nella sua impresa: nel 1784 Latude viene rilasciato, sono giunti a noi suoi scritti sulla sua lunga prigionia.
E in quello stesso anno la caparbia Madame Legros ricevette dall’Accademia Francese il Premio di Virtù.
La Bastiglia verrà presa il 14 Luglio 1789, una data memorabile per la storia di Francia.
La Bastiglia, la cupa prigione parigina contro la quale si levò la voce di una donna che pronunciava la parola più preziosa che esista: libertà.
Théroigne de Méricourt, la belle liègeoise
Il suo vero nome è Anne-Josèphe Terwagne.
Théroigne de Méricourt, la belle liègeoise, la bella di Liegi, così era conosciuta a causa della sua prorompente venustà.
Figlia di un fattore, Théroigne fugge, fugge via dalla sua casa, alla volta dell’Inghilterra dove diverrà cantante.
Théroigne dai molti amanti, da cortigiana a donna che si erge sulle barricate, la ragazza di Liegi sente il prepotente richiamo della rivoluzione.
Parigi e le sedute dell’Assemblea Nazionale, Théroigne è sempre presente.
E sono giorni di fuoco e di sangue, viene il 1789 e la presa della Bastiglia.
E poi il 5 ottobre dello stesso anno, leggendario il ricordo di Théroigne de Méricourt in quel giorno a Versailles.
Ha 27 anni, è bella e fiera la ragazza di Liegi, cavalca un destriero scuro come la pece, indossa una giacca rossa e un copricapo di piume, ha due pistole e una sciabola, è l’immagine della Francia rivoluzionaria.
Insieme a Théroigne le donne del popolo di Parigi, è un evento epocale, marciano compatte verso Versailles per rivendicare i loro diritti, la loro voce reclama pane e giustizia, obbligheranno il Re e la sua famiglia a lasciare la reggia e a tornare nella capitale.
La sua parola aveva l’eloquenza del tumulto, così scrive di lei Alphonse de Lamartine.
La sua arma è la bellezza, la sua arte migliore è la retorica, con le parole sa trascinare chi la ascolta, a Parigi Théroigne apre salotto dove si ritrovano illustri personaggi quali Danton e Mirabeau.
Racconta Camille Desmoulins di un discorso che Théroigne tenne al Club dei Cordiglieri, la ragazza di Liegi, colei che non conosceva timori, sale sulla tribuna tra Danton e Marat e chiede che il Palazzo dell’Assemblea Nazionale sia costruito là dove sorgeva la Bastiglia, un luogo dal forte significato simbolico.
Altre vicende la attendono, torna a Liegi nel 1790, ma finisce nelle mani della polizia austriaca e in carcere in Tirolo con l’accusa di aver attentato alla vita della Regina Maria Antonietta.
Mancano le prove e dopo un anno la giovane viene scarcerata e così torna a Parigi, è il richiamo potente della Rivoluzione a trascinarla ancora in quella città.
Schierata dalla parte dei Girondini, Théroigne è tenace, passionale e caparbia, tenta persino di costituire un esercito di donne.
Il suo fervore le fa guadagnare soprannomi memorabili, la chiamano l’Amazone rouge e la furie de la Gironde.
La bella di Liegi ha un acerrimo rivale, è il giornalista François-Louis Suleau, un nemico degli ideali della Rivoluzione e autore di alcune articoli dai toni denigratori verso Théroigne.
E viene uno dei momenti più drammatici di quel tempo, nella notte tra il 9 e il 10 agosto 1792 una folla di popolo spinta dalla rabbia e dall’odio si muove come un’onda verso le Tuileries.
E quando vi giunge, al mattino, quell’orda armata di picche e bastoni si riversa in quelle sale, è una folla impazzita.
I nobili e i sostenitori del re vengono tratti in arresto, tra loro c’è anche Suleau.
Sarà un massacro, uno scempio di gole tagliate e lo storico Jules Michelet narra della ragazza di Liegi che inferocita e furente sferra un colpo mortale di sciabola sul suo nemico.
Una vita improntata sulla rivoluzione ma che negli ultimi anni diviene più moderata, un epilogo tragico quanto drammatico.
Théroigne non è nelle grazie di Robespierre, lui è un avversario temibile e lei lo sa bene, assapora l’amarezza quando un giorno, mentre sta ascoltando un discorso di lui, tenta di prendere la parola ma viene buttata fuori dalla sala.
E giunge la primavera del 1793.
Théroigne è sulla Terrazza dei Foglianti, parla, arringa la folla, la retorica è ancora il suo dono.
D’un tratto un gruppo di donne giacobine le si avventa contro.
La spogliano, la frustano, la colpiscono con una tale violenza da procurarle lesioni alla testa, derisa e umiliata la bella di Liegi crolla a terra priva di sensi, si dice che a soccorrerla fu lo stesso Marat.
Verrà condotta in un ospedale per poveri, il suo destino è ormai segnato.
L’amazzone di splendente bellezza a poco a poco scolora, lascia il posto a una donna che ha perso il senno e la padronanza di sé.
Trascorrerà 23 anni della sua vita nella pazzia, rinchiusa nei più cupi ospedali, per terminare i suoi giorni a La Salpêtrière, la bella di Liegi è ormai una creatura triste e cupa.
Lo storico Simon Schama delinea un ritratto tanto potente quanto vivido dei suoi ultimi anni.
Eccola Théroigne, siede a terra nella sua cella, ha il capo rasato ed è senza abiti addosso, è lei a rifiutarli malgrado il freddo pungente.
Inveisce ancora contro i nemici della rivoluzione, di tanto in tanto getta l’acqua gelata sul suo pagliericcio e quando esce in cortile beve dalle pozzanghere putride.
Inconsapevole ormai, perduta e priva della scintilla del pensiero.
Morì così, nel 1817, colei che si era distinta per il suo furore e per lo splendore della sua bellezza, la sua stella fulgida si spense ora dopo ora nella più buia delle notti.
La Rivoluzione Francese, libri e memorie
La rivoluzione francese è uno dei periodi storici più intensi ed appassionanti.
Vi ho raccontato la vicenda di Charlotte Corday e mentre scrivevo pensavo ai tanti libri che narrano le vicende di quel periodo.
E allora oggi vi porto a fare un giro tra i miei libri, chissà che non troviate qualcosa che possa suscitare il vostro interesse!
Questi sono i miei libri, quelli che ho letto e che consiglierei a chi volesse approfondire l’argomento.
Per ogni testo cliccando sul titolo arriverete un link che vi porterà a una scheda del libro.
Alcuni purtroppo sono fuori catalogo ma ve li segnalo comunque, c’è sempre un mercatino o una bancarella sulla quale sbirciare e lì si trovano spesso molti tesori.
Ha inizio il nostro viaggio nella Francia dei rivoluzionari, dei giacobini e delle coccarde.
L’immagine di Marat morto nella vasca troneggia sulla copertina di Cittadini, Cronaca della rivoluzione francese, un testo fondamentale per chi volesse capire le origini del dissenso che diede vita alla Rivoluzione Francese, i vari passaggi e gli eventi del tempo.
Non fatevi spaventare dalle poderose dimensioni del libro, sono oltre 900 pagine ma l’autore Simon Schama, professore della Columbia University, vi porterà tra questi cittadini, per le strade di Parigi dove molto sangue venne versato e sarà una lettura tanto formativa quanto coinvolgente.
Jules Michelet, storico francese nato nel 1798, narra invece Le donne della rivoluzione.
E questo è un testo denso di emozioni, ricco di passione e di vibrante partecipazione.
La mia edizione risale al 1978, è uno dei primi libri storici che abbia letto e nell’introduzione si legge una frase di Rousseau che ai tempi mi colpì molto: Il più forte non è mai troppo forte per poter rimanere definitivamente padrone.
Così è e così è stato e a questa rivoluzione hanno concorso molte donne, rivoluzionarie e intellettuali, donne del popolo e donne dai nomi altisonanti.
E fu una donna ad infiammare l’odio dei francesi e ad accendere gli animi, la regina Maria Antonietta.
Una figura controversa, leggendo le vicende della sua vita si provano sentimenti contrastanti e mi riprometto di tornare a parlarvi di lei in maniera più approfondita.
Troverete la sua storia in Maria Antonietta, la solitudine di una regina della storica inglese Antonia Fraser, un testo fondamentale per chi voglia avvicinarsi a questo personaggio.
L’americana Carolly Erickson, invece, è autrice di una biografia altrettanto interessante, da titolo Maria Antonietta, forse più facilmente fruibile grazie ad una scrittura fluida e molto scorrevole.
E ancor più lo è l’altro suo testo, Il diario segreto di Maria Antonietta, nel quale, appunto con l’artifizio letterario del diario, la regina si racconta in prima persona.
E ancora, se volete conoscere l’ambiente nella quale si formò Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, nella vostra libreria non può mancare Maria Teresa, una donna al potere di Edgarda Ferri, biografia dell’imperatrice d’Austria che fu donna di grande valore e madre di Maria Antonietta.
E in quelle pagine troverete l’infanzia e i primi anni di colei che sarà regina in terra di Francia, conoscerete i suoi fratelli e le vicende della corte di Vienna.
La sovrana dei francesi, di lei narrò Madame Campan, che fu sua prima cameriera, in un libro dal titolo La vita segreta di Maria Antonietta.

Io amo le storie scritte da chi visse in prima persona gli eventi e lo sguardo di Madame Campan è certo velato dal profondo affetto verso la sua regina, ma è uno sguardo che ha veduto ed ha vissuto quei giorni e se le sue parole sono giunte fino a noi credo che valga la pena di conoscerle.
Una regina e i suoi molti ritratti che ai giorni nostri possiamo ammirare nei musei.
Molti li dipinse una donna, la ritrattista di corte Élisabeth Vigée-Le Brun, cliccando qui e qui vedrete due dei suoi quadri più noti.
Fu una donna di eccezionale carattere e talento. E allora perché non scoprire le sue memorie? Perché non passeggiare con lei a Parigi, per poi seguirla nei suoi viaggi in Europa? Li racconta in Memorie di una ritrattista, dove raccoglie i ricordi di una vita.
Una scrittrice di grande talento, che scrisse lettere e memorie dal carcere, moglie del ministro degli Interni di Luigi XVI, Madame Roland fu una figura di grande rilievo.
Donna di grande fascino, ammaliò persino Danton e Robespierre.
La sua testa cadde come quella della regina sotto la lama del “rasoio nazionale” come ai tempi veniva lugubremente chiamata la ghigliottina.
Se volete conoscere la storia di Madame Roland non vi resta che leggere Una donna nella rivoluzione di Guy Chaussinand-Nogaret.
La ghigliottina non risparmiò neppure il collo candido dell’ultima amante di Luigi XV, Jeanne du Barry e lo storico francese André Castelot è autore di una sua interessante biografia dal titolo Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita.
Ancora una donna, questa volta nata in terra di Albione, il suo nome è Grace Dalrymple Elliott e il suo cuore batteva per la Francia e per i suoi patrioti, ma anche per il Duca di Orleans, Philippe Égalité.
Le sue memorie sono raccolte in un libricino dal titolo La nobildonna e il Duca, la mia vita sotto la rivoluzione, dal quale è stato tratto anche il bel film omonimo opera del regista Eric Rohmer.
E’ appena terminato Messidoro e siamo da poco entrati nel Termidoro, cosi si chiamavano i mesi estivi secondo il calendario della rivoluzione francese.
Una rivoluzione nel pensiero, nelle parole e nella vita di ognuno.
Questo è ciò che troverete nel testo di Jean Paul Bertaud La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione.
Sapete chi erano le tricoteuses? Erano donne che si sedevano accanto alla ghigliottina, in attesa dello spettacolo delle esecuzioni.
E avete mai sentito nominare i senza dita? Erano i mendicanti prostrati dalla miseria e dalla fame.
Li conoscerete leggendo questo libro che vi farà vivere la quotidianità di un’altra epoca, vi racconterà le vicende di una società con i suoi usi e costumi, vi parlerà di tricolori e di canti popolari, di teatri e di giornali, della vita di molte persone di quel tempo.
Questi sono i miei libri, li ho amati tutti e molti li ho letti più volte, di alcuni tornerò a parlarvi, alla mia maniera.
Un bagno di sangue teatro di molti orrori, anche questo fu la Rivoluzione Francese.
Ma da quei giorni di furore è nato un pensiero che regola ancora oggi le nostre vite e che dovrebbe essere alla base di ogni società civile o che aspiri ad essere definita tale.
Un pensiero che il fondamento della democrazia, racchiuso in tre semplici parole universalmente note e piene di significato, oggi come allora.
Tre parole: liberté, égalité, fraternité.
La volpe e la bambina
La volpe e la bambina è un film del 2008, opera del regista francese Luc Jacquet, che già diresse La marcia dei pinguini, uno splendido documentario nel quale si narrano le avventure antartiche dei pinguini imperatori.
Il suo secondo film, invece, ha un’atmosfera più raccolta e famigliare, essendo ambientato nella Francia dei giorni nostri, in un imprecisato paese di montagna.
Una volpe e una bambina sono le sole protagoniste di questo film incantevole, di grande atmosfera e di forte impatto emotivo, per la grande intensità con la quale viene rappresentato il rapporto tra l’uomo e la natura.
La bambina è deliziosa, con le lentiggini e i capelli fulvi come il pelo di quella volpe con la quale desidera fare amicizia.
Ed è questo il tema portante del film, il legame che si crea tra due creature, l’armonia tra due mondi, raggiunta e conquistata tramite la curiosità e il gioco.
Il gioco e l’entusiasmo di fronte a nuove esperienze, si assiste emozionati alle avventure di questa bimba che nulla teme, da piccoli si è sempre un po’ spregiudicati, certo i bambini che vivono a contatto con la natura sono più fortunati di coloro che abitano nei grandi centri urbani.
La bambina del film è immersa il un mondo fantastico, uno scenario da fiaba.
Prati, foreste incontaminate, alberi che si arrampicano verso il blu.
Incuriosita da tanta bellezza sono andata a cercare dove fosse stato girato il film ed ho scoperto che le riprese sono state effettuate in Francia, al Plateau de Retord e sulle montagne del nostro Abruzzo.
Le montagne, l’avvicendarsi delle stagioni, la neve e poi il verde accecante dell’erba.
La volpe, prima diffidente e poi più fiduciosa, la volpe dal pelo lucido e morbido che corre, fugge e si nasconde.
E la bambina dietro, anche lei di corsa, quanto ci tiene alla sua volpe!
E da moderna pollicina, lascia dietro di sé del cibo, per attirare la volpe.
Poi si siede su un albero, ad aspettarla e così farà nei giorni a venire, con costanza e testardaggine.
E con la forza dell’amore, quello che guiderà la mano di questa bimba ad accarezzare la volpe, con gesti affettuosi e tanto desiderati.
L’entusiasmo dell’infanzia, la natura, il mondo degli animali e i suoi pericoli.
Gli orsi e i lupi, la lince e l’aquila, e poi le altre creature del bosco, come la donnola e il cervo.
E poi un fiume, l’acqua che scorre, le rane e i rospi che saltano e lei, la bambina che cerca di prenderli in mano, questa per me è una delle scene più dolci del film, racchiude in sé tutta la pienezza del gioco, l’appagamento che si prova con il puro e semplice divertimento.
Ve lo ricordate com’era bello giocare? Se lo avete dimenticato, vedendo questo film ve ne ricorderete.
Ma di cosa è fatta l’amicizia che nasce tra la volpe e la bambina?
Di affetto e di silenzi, di complicità e di incomprensione, di distacchi e di ritorni, ma anche di una certa ingenuità infantile, soprattutto nell’ostinarsi a voler addomesticare una volpe.
La natura ha le sue regole, che spesso non collimano con quelle dell’uomo.
E qui è il momento di difficoltà, quelli che segna la strada verso la crescita, il passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Una volpe, una bambina.
E le parole di lei, divenuta donna: mi ha insegnato la differenza tra amare e possedere.





