Via Balbi, alla scoperta delle botteghe del passato

L’elegante Via Balbi con i suoi palazzi di pregio, una via elogiata persino da Stendhal che la definì la strada più bella d’Italia.
Qui è ubicato Palazzo Reale, qui hanno sede diverse facoltà universitarie ospitate in edifici storici.
Io proverò a raccontarvi non tanto la strada del fasto, vi narrerò alla mia maniera la via del quotidiano di altri giorni, lo farò seguendo le indicazioni di un mio preziosissimo libro, la Guida Pagano del 1926.
Pronti ad andar per negozi?
Partiamo dal basso, da Piazza della Nunziata saliremo verso Principe, chissà cosa ci attende!

Piazza della Nunziata (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

All’inizio della via c’è un’edicola, potremo così acquistare il nostro solito giornale, in seguito suggerirei di fermarsi a guardare la vetrina dell’antiquario Capurro.
Poi c’è la signora Faustina che vende olii e saponi, un orologiaio, un ombrellaio, un falegname e un fotografo.

Via Balbi

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Una calzoleria, un caffè, una rivendita di sali e tabacchi.
Ecco il bazar della Signora Angela, a dirvi il vero qui ci mi fermerei a lungo!
E ancora una calzoleria, un parrucchiere, un negozio di frutta secca.
Un cinematografo, una farmacia, una drogheria e un paio di bar nella zona di Piazza San Carlo.

Via BalbiCartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

C’è pure un negozio di armi e non mancano le attività connesse alla vita del porto, qui hanno sede gli uffici passeggeri di due importanti compagnie e poco distante c’è un’agenzia di viaggi.
Troviamo poi un negozio di ombrelli e uno di profumi, c’è persino una latteria Buonafede come quella che si trova tuttora in Via Luccoli.

Buonafede

E se venite con me a fare shopping rassegnatevi: intendo passare anche dalla modista e poi alla sala da toilette per signora di Adelaide Balestrino che tra il resto vende anche profumi!

Via Balbi

Non ci si annoia a camminare in Via Balbi, qui è tutto un susseguirsi di botteghe, proseguiamo il nostro percorso e troveremo un negozio di mobili, una merceria, un fotografo, un elettricista, un negozio di lane per materassi e un calzolaio.
E poi ancora, un orefice, una sartoria, una valigeria, un parrucchiere e un altro negozio di mobili.
Ci sono anche un altro orologiaio, una latteria, una pasticceria, negozi di vini e salumi, di armi e di calzature, un fruttivendolo e un negozio di articoli da viaggio, una bottega di filigrane e una liquoreria.
E poi ancora, confetture deliziose ed altre calzature alla moda, raffinate biancherie e tessuti, un negozio di confezioni, uno di commestibili, un altro di ombrelli, uno di ricami e una vineria.
Poi una latteria, L’Agenzia Wagon Lits, un cambiavalute e di nuovo un negozio di sali e tabacchi.
La storica Farmacia Pescetto ancora esistente, un banco del Lotto, un parrucchiere e la Galleria Artistica del Professor Bessi, scultore.

Via Balbi (3)

Farmacia Pescetto – Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ancora l’ufficio Passeggeri di una Compagnia di Navigazione, un caffè, un mobiliere e nei pressi dell’Ascensore di Montegalletto una fiorista.
Non ho citato i tanti uffici che ospitano diverse attività e i numerosi alberghi presenti nella via, sappiate che sono davvero tanti.

Via Balbi

Un interminabile elenco di realtà commerciali che mostra un mondo ormai svanito, la sola maniera per tentare di spiegare quanto tutto sia cambiato era questa: riportare qui un frammento di quegli anni grazie all’aiuto della mia guida.
E una cosa è certa: all’epoca c’erano tantissimi negozi di ombrelli, questo mi sembra chiaro!
Riguardo a tutto ciò che è scomparso insieme a quel mondo a volte ho l’impressione che abbiamo anche in parte perduto una quotidianità più a nostra misura, Via Balbi resta una bella strada eppure immaginarla pullulante di negozi così diversi rispetto a quelli odierni è un sorprendente gioco di fantasia.

Via Balbi (2)

Se andate da quelle parti provate a fermarvi all’altezza di Vico di Sant’Antonio, date le spalle a Via Balbi e guardate sul muro del caruggio alla vostra sinistra.
Io qui ho frequentato l’Università, chissà quante volte ci sono passata eppure ho notato questa insegna solo pochi giorni fa.
E non saprei dirvi a quali anni risalga, ho cercato sulle mie guide e lo stesso ha fatto Eugenio per me ma non abbiamo trovato traccia di questo negozio, potrebbe essere quindi molto più recente di quanto sembri, Eugenio pensa che potrebbe risalire agli anni ’50, magari è da attribuire ad un tempo più distante, davvero non lo so.
E tuttavia, alzate gli occhi e offuscate dai giorni trascorsi leggerete queste parole: Grand Salon Toilettes.
Se apprezzate lo stile e l’eleganza fateci un salto, sono certa che non ve ne pentirete.

Insegna

Il prestigioso Grand Hotel Isotta

Non stupisce che un albergo di categoria superiore si trovasse in Via Roma, da sempre questa è la strada dei negozi di lusso e delle vetrine eleganti.
Via Roma si trova in pieno centro, collega Corvetto e De Ferrari, le due piazze centrali della Superba, tuttora è una via molto chic.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

E noi viaggiatori di un altro secolo abbiamo il privilegio di soggiornare in questo Hotel esclusivo, certamente non ci verranno a mancare gli agi e le comodità.
Il Grand Hotel Isotta apre i battenti nel 1877, i suoi proprietari, gli stimati fratelli Isotta, sono persone che se ne intendono e infatti possiedono già un’altra struttura di prestigio, l’Hotel De France.
E se siete gente di mondo certo lo conoscerete, si trova in Via al Ponte Reale e ha ospitato lo scrittore Alexandre Dumas.
Ecco l’ insegna dell’Hotel sistemata strategicamente sull’angolo dell’edificio.

viapontereale[1]

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Torniamo in Via Roma, al Grand Hotel Isotta.
Con il tempo cambierà proprietario, sul finire dell’Ottocento diverrà di Giuseppe Borgarello.
Oh, certo, il fascino della struttura resterà immutato!
Eleganza, stile e un luogo di vero charme!

Hotel Isotta

Del resto basta guardare il palazzo per rendersi conto che qui verremo coccolati e trattati con ogni riguardo proprio come ogni ospite desidererebbe!

Hotel Isotta (2)

E’ briosa e vivace la nostra Via Roma, un viaggiatore qui non può che restare ammaliato.
E al Grand Hotel Isotta soggiornerà un celebre compositore: è il mese di Novembre del 1907 e a Genova va in scena Madama Butterfly, in questa circostanza il suo autore si ferma appunto al Grand Hotel Isotta.
Là, in quel palazzo, c’è stata una stanza riservata a lui, a Giacomo Puccini.

Hotel Isotta (3)

Oh, che sbadata!
Nell’entusiasmo di narrarvi questi particolari stavo quasi per scordarmi certi dettagli, naturalmente L’Hotel è dotato di ogni confort.
Non abbiate timori, qui non rischiate di prendervi un’infreddatura, le stanze sono dotate di caloriferi.
E c’è persino la luce elettrica, perbacco!
Vorrei sottolineare che il personale si fa in quattro per accontentare la clientela: all’Hotel potrete comprare i biglietti del treno e inoltre si premureranno di spedire i vostri bagagli.

Hotel Isotta (4)

E insomma, un posto del genere non può che avere successo.

Hotel Isotta (10)

Toh, nel 1923 ne è direttore un certo Adolfo Gallo, pure lui doveva essere uno che sapeva il fatto suo.
Il numero di telefono del Grand Hotel è facile da ricordare, eh? Due cifre soltanto: 55!
Provate un po’ a chiamare, secondo me vi risponderanno dalla Hall!

Hotel Isotta (5)

Tratto dal Manuale Telefonico del 1923 di mia proprietà 

E quando vi trovate da quelle parti non dimenticate di spedire cartoline ai vostri amici, le trovate con tutta comodità al Grand Hotel Isotta.

Hotel Isotta (6)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

Che atmosfere indimenticabili!
E sapete? Noi genovesi di questo tempo abbiamo ancora modo di sognare gli sfarzi dell’Hotel Isotta.
L’altro giorno passavo in Via Roma e per caso ho veduto un quadro appeso nell’atrio del civico 7.
E così sono entrata e ho potuto constatare con gioia che qualcuno desidera che si conservi la memoria del Grand Hotel Isotta, dall’immagine sottostante sotto tratte le due foto che arricchiscono questo post.

Hotel Isotta (8)

E poi, come sempre, ho da fare dei ringraziamenti a dei cari amici.
Grazie a Stefano Finauri al quale appartiene la cartolina di Via al Ponte Reale.
Grazie a Eugenio Terzo che in queste circostanze si dimostra sempre prezioso.
E infatti ha consultato per me i suoi libri e le sue antiche guide e mi ha fornito notizie importanti, poi mi ha anche inviato la cartolina pubblicitaria dell’Hotel.
E io mi sono divertita da matti a trovare altre piccole curiosità, questo genere di ricerche è davvero appassionante!
Eh certo, per saperne di più forse bisognerebbe parlare con la Signora Gemma Maria, colei che ha apposto la sua firma sulla cartolina inviata nel lontano 1909 dal Grand Hotel Isotta.
Oh, volete saperne una? La cartolina venne spedita il 19 Marzo 1909 alle ore 19 e giunse gloriosamente a destinazione, a Courmayeur, il 20 Marzo.
Caspita, c’è da dire che le Poste all’epoca erano davvero efficienti!

Hotel Isotta (7)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E in quegli anni i viaggiatori trascorrevano ozi dorati in Via Roma, nel prestigioso Grand Hotel Isotta.

Hotel Isotta (9)

A Banchi, pensando a Govi

Tutti noi genovesi, quando ci troviamo in Piazza Banchi, pensiamo a un nostro illustre ed apprezzato concittadino:  proprio lui, il carissimo Gilberto Govi.

Gilberto Govi

Eh, Govi!
Quante volte avete visto i Maneggi per maritare una figlia?
Ecco, in questa sua indimenticabile commedia il nostro recita queste parole davvero rinomate tra noi genovesi:

Ero lì a Banchi, c’era piuttosto caldo, c’era niente da fare, c’era un bel sole.
M’hanno detto che ci sono dei raggi del sole che fanno tanto bene… raggi ultraviolanti… ultraviolenti… e ho detto, va bene, intanto non c’è niente da fare, mi prendo due o tre raggi.
Mi son levato il cappello e ho detto, beh, mi prendo due o tre raggi, ero lì che mi prendevo i miei raggi…

Piazza Banchi

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

E quindi quando noi passiamo da quelle parti pensiamo a lui, per lo meno a me capita sempre!
Ho da raccontarvi certe antiche vicende su questa piazza, sono tratte da un vecchio e raro volume comprato diverso tempo fa, rimando questo racconto ad un’altra occasione, oggi vorrei solo mostrarvi alcune immagini.
È bella e suggestiva questa piazza a metà tra i vicoli e il mare, zona di contrattazioni e di affari, qui c’è la splendida Loggia della Mercanzia con le sue ampie vetrate.

Piazza Banchi (4)

E insomma, come dire? Ero lì che mi prendevo i miei raggi.
Ah, che meraviglia la chiesa di San Pietro che domina la piazza in quella posizione sopraelevata!

Piazza Banchi (2)

E c’era il sole e il mio sguardo ha trovato un gioco di ombre in Vico De Negri.

Piazza Banchi (3)

Questo semplice caruggio, per quanto nascosto e poco famoso, ha una certa rilevanza a mio parere. Sapete cosa c’era laggiù? Un’osteria dove capitò un avventore particolare, qui trovate il racconto di quella vicenda.
Ogni ora del giorno regala magie diverse, a Banchi.

Piazza Banchi (1)

E quindi, l’altra mattina ero lì che mi prendevo i miei raggi.
E poi, poi ho guardato i vetri della loggia.
E sai, erano come tanti tasselli e riflettevano il cielo, i profili delle case, le persiane.

Piazza Banchi (5)

E la vita, la città.

Piazza Banchi (6)

Genova allo specchio, tra finestre aperte ed edifici altissimi, in un continuo viavai di gente.
C’è sempre una ragione per andare a Banchi, ad esempio questa.

Piazza Banchi (7)

E sai?
Verso sera tutto riluce e sfavilla nell’ampia piazza dei caruggi resa celebre dal grande Gilberto.
Noi ci passiamo e quando torniamo a casa diciamo: ero lì che mi prendevo i miei raggi.
Raggi di luna, a volte.

Piazza Banchi (8)

Genova, anni ’20: quei buontemponi di Salita San Matteo

Questa è una piccola storia divertente che vi strapperà più di un sorriso, questa è una preziosa memoria del passato.
Certe vicende hanno il potere di farci rivivere giorni che non abbiamo mai veduto e di farci tornare là, nelle strade della nostra città, in tempi distanti dai nostri.
Questo simpatico aneddoto mi è stato narrato da Guido Dagnino, un caro lettore di questo blog e lo ringrazio per aver condiviso un ricordo di suo papà Alfredo, un genovese nato nel 1907.
E quindi andiamo agli anni ’20 e imbocchiamo Salita San Matteo, passo dopo passo, fino in cima.

Salita San Matteo (3)

Come tutti ben sapete il vicolo sfocia in Piazza De Ferrari, all’epoca in quella zona il quotidiano andirivieni era questo: carrozze e tram, signori con la bombetta e uomini d’affari.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Si va di fretta e si calpestano anche le teste di due grossi chiodi conficcati a terra tra due lastre nella parte finale di Salita San Matteo, là dove la via sfocia per l’appunto nella piazza centrale di Genova.

Salita San Matteo

Cosa ci fanno due chiodi in quella posizione?
Avreste dovuto essere da quelle parti nella notte del 31 Marzo per capirlo, eh già!
Allora, nel silenzio ovattato dell’oscurità, entravano in azione certi buontemponi e sapete cosa combinavano?
Con la dovuta cura saldavano su uno dei due chiodi un’invitante moneta d’argento del valore di uno scudo.
Si trattava di una discreta sommetta che poteva risolvere parecchi problemi, un bella fortuna trovarla per caso per terra, non pare anche a voi?
E veniva quindi il mattino tanto atteso: il primo di aprile, giorno da sempre deputato agli scherzi di qualsiasi natura.
E così i fantasiosi artefici della burla si piazzavano a debita distanza a godersi lo spettacolo dei tanti passanti che si chinavano speranzosi e invano cercano di raccogliere l’ambita moneta saldamente fissata al leggendario chiodo.
Uno scherzo in grande stile, non c’è che dire!

Salita San Matteo (2)

Io non avevo mai sentito questa storia e la trovo spassosa, chissà se tra di voi c’è qualcuno che la conosceva!
Guido mi ha raccontato di aver notato i famosi chiodi solo dopo aver sentito la storia di suo papà, la pavimentazione è stata poi rifatta e non c’è più traccia di nulla.
Resta la memoria bella di un racconto, il ritratto di quei buontemponi di Salita San Matteo.

Salita San Matteo (4)

Da un diario genovese del passato: zanzariere e caminetti

Avanza l’autunno, le giornate si accorciano e le nostre case vengono riscaldate da un piacevole tepore.
Il nostro quotidiano è reso semplice da agi e comodità alle quali siamo talmente abituati da ritenerli scontati, sarà anche una considerazione banale ma provate a pensare a come vi sentite se per disgrazia in casa vostra manca l’acqua calda o salta la corrente.
Che disagio! Non vedete l’ora che tutto torni alla normalità, è vero?
Nel passato anche coloro che appartenevano a classi sociali privilegiate avevano vite decisamente più complicate delle nostre e come sempre ce lo racconta Francesco Dufour con queste righe tratte dal suo diario.

Quando ero bambino andavamo in estate a Cornigliano, a casa della nonna.
Era un palazzo del ‘700 con uno sterminato salone da ballo, la cui volta arrivava al tetto, così la sala da pranzo.
Il giardino era all’italiana, pieno di statue, peschiere, grotte, ninfei e gazebo.

Ninfee (10)

C’erano molte zanzare per via delle peschiere e tutti i letti avevano la zanzariera, si aveva sempre molta paura degli incendi.
Nei primi tempi in questo palazzo non c’era ancora la luce elettrica, nelle stanze principali c’era un lume a petrolio.
Quando veniva l’ora di andare a letto il servitore portava alla nonna un lume d’argento e per tutti una bugia con la candela.

Lume a petrolio

Un lume a petrolio di casa mia

Nella casa di Genova, quando io ero bambino, non c’erano i caloriferi che papà fece mettere poco dopo; il riscaldamento avveniva unicamente per mezzo dei caminetti che erano in quasi tutte le stanze principiali.
Si stava vicino al fuoco il più possibile e spesso le stanze erano invase dal fumo, c’erano anche degli artistici parafuochi.
Tutti facevano largo uso di scialletti e c’erano i cosiddetti scarponi che erano come dei sacchi di pelliccia nei quali si mettevano i piedi con le scarpe; i bambini avevano spesso i geloni.

Cornigliano

A Cornigliano c’è Via Dufour
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche quando ci fu il calorifero la situazione non migliorò molto, un po’ per le altissime finestre piene di spifferi, un po’ perché, io credo, l’impianto era stato preventivato per una temperatura di poco superiore a quella esterna.
Mi ricordo che la mamma mi raccontava che quando andava a trovare lo zio questo stava seduto su un seggiolone nel suo salone e quando veniva l’inverno i domestici gli mettevano sotto il seggiolone un tappeto di iuta e questo era tutto il suo riscaldamento.

Via Garibaldi

La casa di cui si parla nel paragrafo precedente è in Via Garibaldi 

Queste parole sono un racconto affettuoso di un mondo neanche tanto distante eppure molto diverso dal nostro, non ho mai incontrato l’autore di questo diario ma grazie a queste pagine è diventato un amico.
E così nel corso della mia recente visita a Staglieno ho pensato di portagli un saluto, la tomba della famiglia Dufour si trova nel Porticato Superiore a Ponente,  tra tante lapidi sulla parete laterale sinistra troverete anche quella con il nome del nostro amico, il suo anno di nascita è 1908.
Se capitate da quelle parti e come me desiderate salutarlo ora sapete dove si trova.
Grazie di cuore Signor Francesco, i suoi racconti sono un bellissimo viaggio nel tempo.

Tomba Dufour

Una passeggiata all’Acquasola

Ancora vi porto con me: all’Acquasola, il luogo prediletto da certi miei concittadini per il passeggio.
Sono diverse le vicende storiche da raccontare in merito a questo posto, avrò presto modo di approfondire questo interessante argomento.
Oggi vi parlerò solo di loro, dei genovesi che vanno a spasso per i giardini dell’Acquasola: anche la gente comune è parte della grande storia, ognuno di noi ne scrive un riga.
E a volte il nostro tempo resta in un’immagine, un istante fissato per sempre.
Innanzi tutto, troveremo una panchina libera?
Occorre arrivare presto, tutti amano venir qui sotto alla frescura degli alberi!

Acquasola (1)

E le bimbe corrono felici con il loro cappellini sulla testa, le loro gonnelline ondeggiano leggere.
Sullo sfondo si staglia austera la figura di una donna, con lo sguardo segue quelle piccine.

Acquasola (1a)

Seduti sulle panchine di marmo, in un parco cittadino.

Acquasola (2)

Una giovane mamma tiene tra le mani l’estremità di una delle corde.
Gira, gira, gira.
Salta!
E loro, le piccoline, si divertono un mondo.
Hanno nomi antichi, nomi di famiglia: Teresa, Ida, Giulia, Lucia.
Salta, salta verso il tuo futuro e verso la vita che verrà.
Bambine, amiche che faranno un tratto di strada insieme.

Acquasola (3)

E poi ragazze, amiche che camminano fianco a fianco, le loro figure si scorgono sullo sfondo, incedono nell’attuale Viale IV Novembre.
Il passo deciso, l’abito alla moda, il cappellino sul capo.

Acquasola (4)

Andranno a far compere, questo è certo.
E il muro è tappezzato di manifesti di ogni genere, tra gli altri troneggia la pubblicità di certi profumi.
E certamente alle due signorine interessano molto gli articoli di Pastore, ventagli e ombrellini di ogni qualità!

Acquasola

Acquasola (5)

I muri raccontano sempre storie e narrano i nostri giorni e le nostre abitudini.

Acquasola (6)

All’Acquasola, nel centro della città.
E quel tratto di muro ora sgombro da manifesti è illuminato dal sole: guarda bene, le due giovani stanno passando proprio lì davanti.

Acquasola (7)

Tutto muta e tutto resta uguale, è sempre il nostro sguardo a fare la differenza.
Un’immagine, un gioco dell’immaginazione e ti trovi in un altro secolo.

Acquasola (8)Sopra alla pubblicità di un celebre Fernet c’è un’insegna stradale, oggi non più presente.
Vi si legge: Spianata della Acquasola.

Acquasola (9)

E scorre, fluisce e scivola via il tempo del quotidiano.
E ha un suono che si perde, il tempo che passa ha il ritmo dei passi di quelle donne che nell’immagine sottostante vedete di spalle.
Prima è più forte, poi diviene flebile e infine svanisce.
Ed è silenzio che lascia posto a un altro rumore.
Nel frattempo gli operai chini a terra lavorano con grande impegno a qualche opera pubblica utile a tutta la cittadinanza.
La storia la fanno anche queste persone, tutti coloro che rendono semplici le nostre vite.

Acquasola (10)

E intanto cosa accade all’Acquasola?
Corre il tempo come una palla che ruzzola in aria, poi ricade, rimbalza e rotola a terra.
C’è una bimbetta bionda, tutta ricci e fossette, colei che le è accanto sarà la mamma o la balia?
Ha lo sguardo dolce e paziente, indossa un abito deliziosamente grazioso e un ampio grembiule.

Acquasola (11)

Fugge il tempo, per ognuno è composto da istanti preziosi che restano nel cuore.
Ricordi, emozioni, uguali per ogni bambina che diventa donna.
Intanto sei lì, all’Acquasola.
E sei quella con l’abitino chiaro e il fiocco grande sulla schiena, sei una bambina che conosce solo la spensieratezza dell’infanzia.

Acquasola (12)

Oppure sei timida ed esitante, incerta e insicura.
Salta, dai!
Ancora un istante. Aspetta.
Il tempo, il tempo intanto fugge via, non puoi fermarlo.
Salta!

Acquasola (13)

Sullo sfondo, in lontananza, si scorgono altri gruppi di persone.
Tutti loro amano godere della bellezza dell’Acquasola.

Acquasola (14)

Quando io ero piccola il laghetto ospitava i cigni, il Comune ha in programma di riportarli all’Acquasola.
E io attendo che arrivi quel giorno.

Acquasola (15)

Tutto muta e tutto resta uguale.
Marito e moglie, a passeggio.
Pioverà? Lei ha l’ombrello sotto il braccio, è una signora previdente!

Acquasola (16)

E anche uno di loro ha il paracqua di ordinanza.
Tre generazioni di uomini.
Battista, Francesco, Girolamo. Nomi di un altro tempo.
I due adulti camminano con un certo sussiego, il ragazzino ha i pantaloni più corti.
Il tempo.
Il tempo ha il suono dei loro passi.
Forte dapprima, poi più fioco, un rumore lieve che si dilegua.

Acquasola (17)

Il tempo resta in ciò che sappiamo conservare, nelle immagini dei nostri nonni, nelle movenze giocose di bambini di un altro secolo.
Il tempo si lascia trattenere così, in qualche maniera.
Le immagini che avete veduto appartengono a Stefano Finauri, amico che sempre ringrazio per la sua generosità e per l’amore con il quale preserva tutto ciò che appartiene alla storia della nostra città.
Il tempo sa rimanere immobile, in una cartolina in bianco e nero.
E allora ti ritrovi anche tu là, a trascorrere un pomeriggio all’Acquasola.

Acquasola (18)

Da un diario genovese del passato: memorie di casa

Ritornano su queste pagine i ricordi di un altro tempo tratti  dal diario di Francesco Dufour.
Accanto alle zie, alle nonne e ai numerosi parenti ci sono anche loro: i membri della servitù.
Bambinaie e domestici, cuoche e camerieri, in qualche maniera anch’essi membri della famiglia, resi reali dalla scrittura vivace del nostro caro autore.
E i loro nomi trasportano già il lettore in un’altra epoca: Rosa, Consolina, Adelaide.
Quest’ultima era di Pisa e fu la prima balia di Francesco, lui rammenta che ogni volta che lei andava a casa sua tornava poi a Genova con un “buccellato”, un dolce tipico delle sue parti a forma di ciambella.
Oltre a ciò ecco a voi le memorie di casa di casa Dufour, questo post si concluderà con una chicca, l’ennesima perla di genovesità che mi ha strappato un sorriso.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Alle persone di servizio si dava del voi, loro davano del lei; le toscane ci chiamavano signorini anche da giovanotti.
Papà esigeva il più grande rispetto per i dipendenti e se rivolgevamo loro qualche parola offensiva ci obbligava a chiedere scusa.
Ricordo la Maddalena, era una toscana grossa e tarchiata.
Un tempo tenevamo dei conigli su un terrazzo, lei andava con me, sopra Sant’Ugo, dove allora c’erano i prati e portava delle bracciate d’erba.

Via Sant'Ugo

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Per lo più c’era una donna grossa per le pulizie e il bucato ed un’altra per cucire e stirare.
Veniva a fare il bucato ordinario una certa Assunta, la lavanderia era in soffitta, ci si gelava e ricordo la compassione che mi faceva vedere questa povera donna con le mani nell’acqua gelida.
Poi la biancheria veniva posta in un concone e ricoperta di cenere, si aveva sempre il terrore che qualche lavandaia poco scrupolosa adoperasse la varechina che tagliava la tela.

Casaleggio (2)

Poi veniva il Giuseppin, detto dalle donne Giuseppin senza paura, era un uomo di fatica, arrotolava i tappeti e raschiava il parquet con un pezzo di vetro.
Quando io ero bambino prendevamo i pasti dalla nonna Luigia, la madre di papà che stava al piano di sopra, si mangiava nella stanza gialla.
C’era a quel tempo l’uso ottocentesco di far colazione alle 11 e di pranzare alle 16, io arrivavo dalle scuole elementari alle 12 e naturalmente tutti gli altri avevano già finito.
All’una si sentiva mamà o la zia dire: “Che fastidiu, ghe a Marinin!” Era la pettinatrice che veniva tutti i giorni a pettinare le signore.

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Un’elegante signora genovese
Immagine appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

La nonna aveva il cuoco Lorenzo che sapeva fare tutti i piatti; alla sera presentava alla nonna un libretto con il menu per l’indomani.
Allora c’erano sempre una minestra e due piatti, ricordo delle incomparabili rissoleé.
La nonna a volte radunava le donne e le metteva a cucire, ricordo che diceva loro: “Figge, fee andaa l’agugia cumme a lingua!”

Stravagaria (6)

E questo è mio, è un regalo da una cara amica!

Seve la traduzione? Eccola qua: ragazze, fate andare l’ago come la lingua!
Poche chiacchiere, insomma, un sollecito affettuosamente garbato, la Signora Luigia mi è parecchio simpatica, mi pare quasi di vederla insieme a quelle ragazze intente a cucire.
E riguardo alla cenere usata per lavare il bucato ricordo che anche mia nonna me ne parlava, questo metodo arcaico, diceva lei, rendeva le lenzuola linde e perfette.
Fatiche che non sappiamo neppure immaginare, cose che potrebbe insegnarci la signora Assunta, lei sì che conosceva tutti i segreti per fare il bucato con la cenere!

Da un diario genovese del passato: le fatiche del popolo

Un diario è prezioso per tante ragioni, vi si raccolgono memorie personali da destinare ai posteri e se si ha sensibilità e intelligenza si tramanda anche lo specchio di una società.
Le righe che seguono sono state scritte da Francesco Dufour, uomo dalla rara capacità di narrare la sua epoca e le relative usanze, senza tralasciare anche i più sfortunati e coloro che ebbero in sorte di affrontare vite faticose.
Da questo diario ho tratto diversi articoli, ho deciso pertanto di includere queste pagine in una categoria dedicata dal titolo Un diario genovese del passato, qui troverete solo le memorie di Francesco Dufour.
E vi lascio con le sue parole e con il suo sguardo rivolto verso Genova e la sua gente.

Il popolo era poverissimo, i lavoratori per campare dovevano lavorare da una luce all’altra.
I pescatori di Cornigliano erano rinomati per il loro coraggio, tutti i giorni dovevano guadagnare qualche cosa perciò varavano i gozzi con qualunque tempo poi remavano al largo fino ai “campanii in scia Lanterna”.

lanterna3[1]

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

 Volevano dire che andavano tanto al largo da traguardare la Lanterna con i campanili della Basilica di Carignano, questo corrispondeva ad alcuni chilometri dalla riva.
Il Gustin di Sestri diceva: “i pesci basta per frize” , cioè la pesca per mangiare un giorno.

Reti
A Cornigliano i “manenti” tutto il giorno lavoravano nella villa (nel senso genovese, cioè gli orti).
Quando non ci si vedeva più andavano a mangiare un boccone e a dormire per poche ore, alla prima luce partivano con il carro per andare a Genova in Piazza della Nunziata dove c’era un mercato.

Piazza della Nunziata

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Coltivavano soprattutto primizie, cioè carciofi e asparagi.
Le serre erano irrigate dall’acqua che veniva estratta dal sottosuolo mediante una noria, un bindolo tirato in tondo da un cavallo.
Tutti i poveri erano ridotti dalle privazioni ad avere la salute malferma, quasi tutti erano tisici.
Si pensi che allora le malattie infantili erano in gran parte mortali, pochi bambini arrivavano al settimo anno di vita.
Allora non c’erano le pillole, il medico prescriveva tanti grammi di calomelano o di chinino e il farmacista faceva i pacchetti o i cachet.
Papà aveva una bilancia di precisione e faceva lui stesso le dosi.

Farmacia Sant'Anna (15)

Antica bilancia della Farmacia Sant’Anna

Allora la miseria era tanta e se si aveva bisogno di fare una commissione o portare un peso si trovava sempre per strada un ragazzo o un poveretto contento di guadagnare qualche lira.
Era in voga una curiosa industria, i poveri si inginocchiavano con fare molto contrito dinanzi alle cassette delle elemosine nelle chiese poi, con una bacchetta sporca di vischio, tiravano fuori qualche monetina.
Era molto in voga rubare il portafoglio sul tram e preferito era il tram 27 che andava da Principe a De Ferrari, attraverso le piccole gallerie che c’erano ancora.
C’era una categoria di persone, i poveri, i quali vivevano praticamente di elemosina; ce n’erano parecchi davanti ad ogni chiesa e molte madri con bambini piangenti in collo.
Tanti poveri venivano a bussare alla porta di casa, continuamente si sentiva dire: “Signora, c’è un povero“.
Nelle scale della nostra casa in Via Balbi c’era sempre una folla che aspettava lo zio, naturalmente c’erano molte “casane” abituali (casane in genovese significa clienti o avventori).
A qualche povero si dava una scodella di minestra che si metteva sulla finestra del ballatoio; una volta un tale la lasciò, era la fine di un’epoca.

Via Balbi

Cartolina apppartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Da un diario genovese del passato: certe eleganze proustiane

Cari amici, questo mese inizia con un nuovo racconto tratto dal diario di Francesco Dufour, qui trovate tutti gli articoli precedenti.
Ancora moda e ancora stile, l’eleganza del passato per le strade della Superba.
Buona lettura a voi!

De Ferrari (14)

Le camicie erano finite al collo con un basso solino, a questo si attaccava con due ferretti il colletto inamidato; il lettore di oggi resterà interdetto al pensiero che si compravano i colletti a parte delle camicie.
Le camicie erano di cotone o di seta; credo che pochi conoscano oggi la carezza e la grazia di una camicia di seta pura.
C’erano allora le camiciaie, erano donne specializzate nel fare le camicie; così c’erano le pantalonaie che facevano i pantaloni da spiaggia e da tennis.
Con il tight si portava il plastron fermato da una perla e si mettevano anche le ghette bianche.
Le calze a mezza gamba, di cotone o di filo di Scozia, venivano tenute su dalle giarrettiere infilate sotto il ginocchio; se l’elastico era stretto dava fastidio ma c’era sempre il problema delle calze a penzoloni.
Mi pare che le calze con l’elastico come usano adesso siano venute fuori poco prima della guerra.
Le calze spesso si bucavano, pare che ora questo problema non esista più ma ai miei tempi, in ogni casa, in ogni momento c’era una donna che cuciva il calcagno o la punta di una calza.
Tutti i materiali erano molto meno resistenti di quelli di adesso; per esempio tutti i momenti si dovevano far risuolare le scarpe.
Verso i miei 15 anni mi feci fare un corredo di vestiti con i calzoni lunghi.
Le giacche usavano avvitate e con le spalle quadrate.

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Immagine appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo
qui maggiori dettagli

I pantaloni dovevano essere stirati con la piega diritta come una lama.
Tutti i vestiti avevano il gilet e quando si poteva si indossavano le bretelle per conservare l’appiombo dei calzoni.
Tutti avevamo, per la campagna, un costume con i pantaloni alla zuava detto anche Knicker Bocker o anche plusfour, cioè con la risvolta lunga quattro pollici.
Per lo più erano di una bella stoffa a quadroni scozzese; ci volevano golf e calzettoni di prim’ordine.
Qualche volta si faceva fare il berretto dello stesso panno.
C’era anche nel corredo un doppiopetto blu con il quale si andava al tè delle signorine.
Un bell’attacco, come dicono i toscani, erano i pantaloni di flanella bianca, la giacca blu e il berretto da marittimo, qualche volta lo mettevo a Sestri.

Sestri Levante (2)

Una volta un mio amico aveva un grazioso berretto di flanella bianca, mi permise di farmene fare uno uguale con l’accordo che non lo avrei mai portato al Lido che lui frequentava.
Quasi sempre si usciva con guanti e bastone.
I guanti chic erano di Fawnes e i bastoni di Howell, ambedue li teneva Pescetto.
Le cravatte più belle erano di Pissimbono e di Finollo.

Pissimbono (4)

Vetrina di Pissimbono

Portavamo sempre cappelli e berretti inglesi.
De Maria in Via Carlo Felice aveva la “sesta” dei cilindri che faceva per Re Umberto; i cappelli li teneva anche Perani in Via Roma, la marca era Turner.
Tutti gli anni compravo un cappello di questa marca per l’acqua, tutte le primavere compravo una paglietta di Sims, costava 25 Lire ed era la più bella.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Qualche elegantone portava il monocolo o la caramella; era una lente rotonda o quadrata che legata ad un cordoncino si incastrava nell’orbita.
Questa eleganza proustiana a volte era un semplice vetro.
Quando presi la laurea papà mi regalò un anello con una pietra preziosa, era una chevaliére che serviva anche da timbro.
Allora, scrivendo alle signorine più chic si usava sigillare la busta con la ceralacca.

Busellato (16)

Vetrina di Busellato

Si portava spesso un fiore all’occhiello, tutte le mie giacche avevano sotto il rever una barrette di filo per tenere il gambo; erano fiori piccoli, gaggie o rose banksiae di cui in casa c’era spesso qualche mazzolino; in molte piazze c’erano i banchetti dei fiorai.

Fioraie

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ritengo qui doveroso fare una dichiarazione: io non ero un damerino ma tutte queste cose che ricordo erano comuni a tutti i miei cugini ed amici.

Eh, eleganze proustiane di un altro tempo!
Cari amici, ora devo lasciarvi: devo controllare la mia buca delle lettere, attendo ormai da lungo tempo una busta sigillata con la ceralacca, vado a vedere se per caso è finalmente arrivata!

Rosa bianca

 

Da un diario genovese del passato, moda per gentiluomini

Ritorna oggi la voce di Francesco Dufour con le memorie tratte dal suo diario, trovate qui tutti gli articoli già pubblicati.
Si parla ancora di moda e della classe dei gentiluomini di un altro tempo, questo argomento è ampiamente trattato dal nostro sagace autore e così dedicherò al tema un ulteriore articolo.
Pronti ad andare a passeggio? Che stile questi signori di un’altra epoca!

Allora i signori dignitosi avevano la pelliccia; papà ne aveva una di orsetto con un fastoso collo di “loutre”, si portava in generale con frac e cilindro.
Allora, alle premières si andava in frac ed alle repliche in smoking.
A volte papà mi mandava a comprare una chiave, cioè l’ingresso ad un palco, la vendeva un ometto che stava in fondo a Salita Santa Caterina, dove si scendono alcuni gradini.

Salita Santa Caterina (2)

Lo spettacolo incominciava alle nove ed io ho il ricordo di un disagio che proveniva dal fatto che, appena finito di mangiare, si doveva partire con il boccone in bocca.
Poi c’era il fastidio del plastron inamidato sullo stomaco; inoltre io, essendo il personaggio meno importante, dovevo stare dietro a tutti tirando il collo per vedere qualcosa.
Negli intervalli si andava a pavoneggiarsi nel foyer.
Una sera un amico si fece vedere nel foyer portando sotto braccio un gibus, quello che i francesi chiamano anche chapeau claque: è un cilindro con una molla che permette di appiattirlo fino alla tesa.
In Via Carlo Felice il camiciaio Devoto mi disse che nelle sere in cui al Teatro c’era un veglione il negozio restava aperto tutta la notte e i bellimbusti venivano durante la festa a mettersi un colletto nuovo.

Via Carlo Felice

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I colli degli abiti da sera erano molto difficili da stirare in casa e per le grandi occasioni si comprava un colletto nuovo.
Le persone austere e qualche elegantone portavano la bombetta non solo con l’abito da cerimonia ma anche abitualmente, il suo uso finì quando io ero ragazzo.

Circonvallazione a Mare

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Prima della guerra avevo anch’io lo smoking bianco, era di un tessuto di seta operata di cui non ricordo il nome.
Ricordo che lo inaugurai quando aprirono il ristorante del Grattacielo ma ebbi pochissime occasioni d’indossarlo.
C’era anche il bolero, o spenser tipo Academista ma era usato da pochi, gli inglesi lo chiamano Monkey Jacket.
Con l’abito da sera si portavano le scarpe di pelle glaceé, c’erano anche degli scarpini scollati detti pumps ma io non li ebbi mai.

Acquasola

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Da ragazzo io dormivo con la camicia da notte che oggi sembra comica ma in realtà era comoda perché lasciava il corpo libero.
In occasione di un viaggio per mare con uno dei vapori Mamà mi fece fare alcuni pigiami, in principio mi pareva di dormire vestito, poi mi abituai.
C’è un vecchio detto: la Bella Époque era bella ma scomoda.

Circonvallazione a Mare (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri