Nella casa che ospitò un celebre poeta

A volte accadono cose molte belle in maniera del tutto inaspettata.
Io guardo Genova con il desiderio di conoscere la storia di ogni sua pietra, io entrerei in ogni portone e salirei su ogni terrazzino.
Ed io sono passata spesso sotto ad un certo edificio sul quale è affissa una lapide di marmo in memoria di un celebre poeta che in anni lontani soggiornò qui.
Si può solo alzare lo sguardo e giocare con l’immaginazione, pensare a lui, credere di poterlo vedere affacciato a una di quelle finestre.
E poi un giorno accade una cosa molto bella, inattesa e sorprendente.
Ricevo una mail da una persona che non conosco, ricevo un invito a visitare la casa nella quale lei abita, una dimora privata non accessibile a chiunque.
E un tempo qui visse la famiglia Cabella. Forse non vi dice nulla questo nome?
In un giorno del 1892 in  quell’appartamento giunse il nipote ventunenne di Gaetano e Vittoria Cabella, non era la prima volta che visitava Genova.
Il giovane è di madre italiana e di padre corso, il suo nome è Paul Valéry.

Targa (2)

E così mi trovo in quella casa in Salita San Francesco, nelle stanze dove un tempo rimbombò il suono dei passi del poeta, nelle stanze dove Valéry visse La nuit de Gênes, la notte di Genova, che suscitò in lui una profonda crisi esistenziale, di quell’evento vi ho già parlato in questo articolo.

1

Valéry e Genova, tante volte la mia città ricorre nelle sue parole, Genova e la sua vera anima.
Valéry e questa casa, una sorprendente meraviglia per diverse ragioni.
Entriamo piano, con il dovuto rispetto per chi mi apre le porte di casa sua.
Una dimora ottocentesca, sale splendenti, soffitti che resteresti ad ammirare per lungo tempo.

1a

E ci si perde a guardare la raffinatezza degli stucchi.

2

Stanza dopo stanza, guarda su.

4

E poi, specchiere.
E riluce e brilla lo splendore di questo salone in questi specchi antichi, si crea uno stupefacente e scenografico effetto prospettico, guardi, osservi e non vedi la fine della stanza, si perde laggiù, in quello specchio.

5

E sovrapporta e piccoli putti graziosi.

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Li vedete anch’essi riflessi nello specchio.

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E vi circonda una dolce armonia.

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E si spande nell’aria il profumo delle rose bianche appena dischiuse.

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Le sorprendenti case di Genova, la città che non finisce di stupire mai.

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E poi ancora, guarda su.

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E certo non basta avere una casa così, per poterla valorizzare occorre anche gusto raffinato e vero amore per la bellezza,  ai proprietari certo non mancano.
Una deliziosa, chiara bomboniera.

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E sbocciano delicati mazzi di fiori.

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E le porte chiuse si spalancano su altre meraviglie.

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E al muro c’è uno strappo sulla tappezzeria, come mai?

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La padrona di casa mi racconta che questo edificio  venne colpito durante il bombardamento navale del ’41 e poi apre una cristalliera e posa sul tavolo una scheggia di una bomba che era appunto conficcata in quel muro.

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E ancora specchi luminosi e chiari.

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Nella casa che ospitò Paul Valéry guizzava il fuoco in questo camino.

18

E anche la cucina è in parte rimasta come allora, che stupore!

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E poi si sale su per una scala e si va a vedere la stanza nella quale dormì Paul Valéry, è una camera raccolta e silenziosa, quella notte però il fragore del temporale fece sussultare l’animo del poeta.
Qui, davanti a questa finestra.

20

Apri e guarda fuori, immagina quel clangore e il suono della pioggia.
Qui, davanti a questa finestra.

21

E poi, da altre finestre, Genova è davanti a voi.
Laggiù la Torre degli Embriaci e poi campanili e tetti e ardesie e terrazzi.
Genova, la città amata da Paul Valéry, a lei dedicò queste parole.

Genova città di gatti. Angoli Neri.
Si assiste alla sua ininterrotta costruzione dal tredicesimo al ventesimo secolo.

22

Il profilo di luoghi noti.
Casa, casa mia e una luce rarefatta di un giornata dal cielo a tratti coperto di nuvole.

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Casa, casa mia, dove d’improvviso, quando non te lo aspetti, arriva il sereno.
E conta gli abbaini sopra ai tetti spioventi.

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E ancora la prospettiva tra Palazzo Bianco e Palazzo della Meridiana.

25

La mia città nelle parole di Paul Valéry.

Io preferisco Genova a tutte le città in cui ho abitato. Mi ci sento sperduto e a casa mia – fanciullo e straniero.

26

E si intravede imperiosa tra quei tetti la Torre Grimaldina.

27

E ancora guardi, osservi, Genova dall’alto è la meraviglia che non ti aspetti, cambi punto di osservazione e lei muta, ti mostra ciò che di lei non avevi mai veduto in questa maniera.
Finestre sui caruggi, case, tetti e mare.

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Genova è una cava d’ardesia, scriveva Paul Valéry.

29

La persona che mi ha aperto la porta della sua casa ha compiuto un gesto generoso animata da un sincero desiderio di condividere tanta bellezza e  a lei va il mio ringraziamento per avermi permesso di vedere tutto ciò, sono regali preziosi questi.
In cielo sfrecciavano i gabbiani, planando nel cielo della sera, la sera di Genova.

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E ancora uno sguardo verso la città in una cornice unica e affascinante, uno sguardo oltre il davanzale, dalla casa che ospitò Paul Valéry.

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Da Corso Firenze all’Ascensore di Castelletto, ieri e oggi

Il tempo passa, mutano i luoghi del nostro quotidiano, eppure certe strade restano riconoscibili.
Vi porto per le vie del mio quartiere, ora inizia la bella stagione e con essa il tempo delle serate luminose e tiepide, inizia il periodo delle passeggiate a Spianata Castelletto con la coppetta di granita tra le mani.
Io vi raggiungerei a piedi, ci metto davvero poco, scendo giù da Corso Firenze.
Ehi, ma che fanno quei due signori fermi lì sulla curva?
Non penseranno mica di attraversare, vero?

Corso Firenze 1

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Per carità, ci sono le macchine!
Con cautela, andiamo a cercare le strisce pedonali.

Corso Firenze 2

E’ una camminata piacevole, non c’è che dire, pochi passi e ci troviamo in una zona spesso frequentata da mamme con i loro bambini.

Corso Firenze 3

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E come dicevo, il tempo passa.
E gli alberi crescono rigogliosi e ricchi di foglie, con gli anni si costruiscono nuovi palazzi sulle dolci colline di Genova.

Corso Firenze 4

E scendiamo, avviciniamoci alla Spianata.
Oh, ma guarda!
Si incontrano persone che hanno un certo stile, non trovate anche voi?
E volendo si potrebbe anche prendere il tram, sta passando il glorioso 25!

Corso Firenze 5

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Eh, anche i numeri non son più quelli di una volta, accontentiamoci del 36.
E se proprio volete saperlo il fatto che nella foto sottostante si veda l’autobus non è per niente casuale, ho aspettato che passasse per poter avere la stessa veduta ritratta nella cartolina antica.
La ringhiera è sempre quella di un tempo, peccato che non ci sia quell’elegante signore con il cappello, converserei volentieri con lui.

Corso Firenze 6

E poi, uno sguardo verso le alture, si distingue chiaramente la sagoma suggestiva di Castello Bruzzo.

Corso Firenze 7

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Là in mezzo, da qualche parte, è sorta anche casa mia e anche molti altri edifici che all’inizio del secolo scorso ancora non c’erano.

Corso Firenze 8

Ci siamo quasi, manca davvero poco, a breve giungeremo nella scenografica Spianata Castelletto, da dove si gode il panorama dei tetti e del mare di Genova.
Ci resta ancora da percorrere la parte finale di Corso Firenze, questa strada così deserta non l’ho proprio mai vista.
E ci sono pure gli alberi anche in quest’ultimo tratto!

Corso Firenze 9

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Eh, le cose cambiano!

Corso Firenze 10

Per fortuna però abbiamo ancora la nostra bella Spianata e davvero da lì si gode di una vista mozzafiato sulle bellezze di Genova.

Genova
E credo sia utile fornirvi qualche indicazione su come raggiungere la Spianata: come tutti i genovesi sanno, se volete arrivare qui e venite dal centro vi consiglio di prendere l’ascensore amato e decantato anche dal poeta Giorgio Caproni.

Spianata Castelletto

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Sospesa sull’azzurro e sulla città dei tetti.

Ascensore di Castelletto (3)

E questo è l’ascensore visto dal terrazzo di Palazzo Spinola di Pellicceria.

Ascensore da Palazzo Spinola

E che splendida prospettiva se si osserva l’ascensore e la Spianata da Villetta Di Negro!

Villetta Di Negro (31)

L’ascensore è davvero il mezzo più rapido e comodo che ci sia, non sono l’unica a dirlo, così recita la pubblicità della Società Anonima Lifts, esercente del suddetto ascensore e di altri impianti della città, ho trovato l’ immagine che segue  tra le pagine della mia Guida Pagano del 1926.
E voi visitatori sarete contenti di sapere che la galleria di accesso è illuminata sfarzosamente.
E il prezzo della corsa? Ma guarda un po’, venti centesimi a salire, quindici a scendere.

Ascensore di Castelletto

E poi lassù, sull’ascensore, c’è un caffè molto in voga, il Caffè Spertino.
E forse a quei tavoli si sarà seduto quel giovane elegante che abbiamo visto scendere da Corso Firenze, vi ricordate?
La Spianata è da sempre uno dei luoghi prediletti dai genovesi, quel locale era meta di poeti e intellettuali.
Le belle immagini in bianco e nero che avete veduto appartengono alla mirabile collezione di cartoline del mio amico Eugenio, lui mi ha raccontato che il Caffè Spertino si trovava sul terrazzo situato sopra la gabbia dell’ascensore.
Venne qui anche un celebre poeta ligure, Camillo Sbarbaro.
Guardò verso la distesa turchese del mare e verso i tetti d’ardesia che si sfiorano creando infinite geometrie.
E scrisse queste parole che narrano di un’attesa che ognuno di noi conosce.

Quassù il caffè Spertino, gabbia di vetro che il tramonto fondeva, pare adesso di madreperla. Dentro vi affiora e risprofonda l’ascensore in un silenzio irreale.
Uscendone, una donna mi sfiora.
A questo balcone spalancato su Genova si potrebbe, un’ora come questa, aspettare l’Amore.

Camillo Sbarbaro – Vedute di Genova, 1921

Genova

Salita a Porta Chiappe, giù per la creuza

Come la racconti una creuza?
Percorrendola, passo dopo passo.
E questi non sono caruggi, non è centro storico, non è la città posata sull’acqua.
E’ il mio quartiere, è la città delle alture e delle salite, oggi vi porto lassù, in alto, da dove si vede Genova, il golfo ligure, le case e la costa.
Lassù, al Righi.

Genova (2)
Da queste parti c’è chi ha persino rigogliosi ulivi in giardino.

Genova (3)
E lì, a breve distanza, si trova una delle antiche porte di Genova, la porta delle Chiappe, toponimo che deriva dalle ciappe di ardesia della zona e così usate in questa città.
Della porta tornerò a parlarvi, da lì si snoda un’antica strada che passa tra le valli e i monti dell’entroterra, una strada che fu cammino di molti viaggiatori in epoche passate.
Cammino di Santi: la percorse Sant’Agostino con sua madre Santa Monica, nel 1346 mentre si recava a Roma in visita dal Papa passò di qui Santa Brigida insieme a Santa Cristina.
E qui Brigida rimirando la Superba fece un’inquietante predizione,  disse che un giorno la città sarebbe stata distrutta e i pellegrini e i viandanti, guardando il luogo dove un tempo si trovava, avrebbero pronunciato queste parole: là era Genova!
Ah, Santa Brigida! Meglio non pensare a lei e alla sua profezia!
Eccola la Superba, il suo porto, le navi e cielo chiaro.

Genova (4)

Qui, da queste alture, si può imboccare Salita a Porta Chiappe, una lunga mattonata che scende, scende giù.

Salita Porta Chiappe (2)

Come la racconti una creuza?
Una creuza è pendenza, aria, è il ritmo di un passo leggero, una creuza è sole a picco e un muro che fa ombra.

Salita Porta Chiappe (3)

Una creuza è curve ed è la linea dell’orizzonte di acqua di mare.

Salita Porta Chiappe (4)

Una creuza è mattoni rossi, tetti, panni stesi e scorci panoramici.

Salita Porta Chiappe (5)

Una creuza è una piccola conquista, è silenzio e luce.
Una creuza è un muro alto e invalicabile.
Una creuza è poesia e versi di Eugenio Montale.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Salita Porta Chiappe (6)

Una creuza a volte ti spezza il fiato e ti affatica, può essere la metafora di certe mete che appaiono irraggiungibili.

Salita Porta Chiappe

E poi è sempre questione di punti di vista, di salite o di discese.
E ancora, questa creuza è muretti, alberi, persiane e gradini, tanti, a non finire.

Salita Porta Chiappe (9)

Ed è ripida, scoscesa, impervia.

Salita Porta Chiappe (10)

Ma poi si apre su un belvedere e puoi sederti, restare, fermarti.

Salita Porta Chiappe (11) - Copia

E puoi seguire la costa, qui dove lo sguardo può arrivare molto lontano, oltre Genova e oltre le sue case.

Salita Porta Chiappe (13)

E ancora, una creuza a volte sembra proprio non terminare mai.
E tu scendi, scendi, scendi.
E quanto è lunga Salita a Porta Chiappe?
Passa vicino alle abitazioni, accanto ai giardini.

Salita Porta Chiappe (14)

E poi, in maniera del tutto inaspettata, una creuza può diventare improvvisamente pianeggiante e più agevole da percorrere.

Salita Porta Chiappe (18)

Ed è alberi, tetti, terrazzi inondati di luce, la vista sui corsi con i bei palazzi ottocenteschi, la Lanterna e il mare.

Salita Porta Chiappe (19)

Una creuza è un cancello intaccato dalla ruggine, è vasi di piante dalle foglie lucide.

Salita Porta Chiappe (15)

Ed è edera che quasi ricopre un’epigrafe di marmo che si trova proprio sopra quel cancello, un benvenuto a chi viene a portare un sorriso, chi ci vuole male non è gradito!

Salita Porta Chiappe (17)
OSTIUM NON HOSTIUM
ENTRATA NON DEI NEMICI

Una creuza è assi di legno, non pare quasi di essere in un grande centro urbano.

Salita Porta Chiappe (16)

Come la racconti una creuza?
A volte è davvero prospettive che sanno sorprenderti.

Salita Porta Chiappe (20)

E poi la vista si apre ancor di più, ai vostri piedi c’è Genova.

Salita Porta Chiappe (21)

Come la racconti una creuza?
Una creuza è corse infinite quando sei in ritardo per la scuola!
Ed è anche fatica, ma è una fatica bella e sana, ci si è abituati quando si nasce in una città che è tutta un saliscendi.
Le belle creuze di Genova, così dolcemente tortuose.

Salita Porta Chiappe (22)

Ed è rischiarata dalla luce d’argento di queste splendide giornate di novembre.

Salita Porta Chiappe (23)

Oppure può assumere toni più caldi, in certe mattine invernali e gelide.

Salita Porta Chiappe (24)

E laggiù c’è il Santuario della Madonnetta dove si può ammirare un suggestivo presepe, ve ne ho parlato qui, è unico e particolare perché ambientato nella città vecchia.
E lì termina Salita a Porta Chiappe e lì inizia ancora un’altra creuza.
E ancora curve, mattoni e discese.

Salita Porta Chiappe (26)

Come la racconti una creuza?
Percorrendola, passo dopo passo.
E soffermandoti sotto il cielo blu.

Salita Porta Chiappe (27)

Percorrendola da lassù, dal Righi, dove puoi vedere la luce che danza sui tetti delle case e sulla superficie del mare.

Genova (5)

L’incanto senza fine della baia di Lerici

Vi porto in riva al mare, fuori stagione.
E l’estate doveva ancora arrivare quando sono stata a Lerici, era un giorno di primavera.
Vi porto in riva al mare, mare di rime e di poesia, mare caro a Byron e Shelley che vissero in queste zone, a Lawrence che pure vi soggiornò.
E così questo scorcio di Liguria prese il nome di Golfo dei Poeti.

Lerici (1)

Era primavera.
E l’onda luccicante lambiva la riva accarezzando la sabbia sottile.

Lerici (2)

Deserta la spiaggia accanto alla quale si trova  la passeggiata.
E per me è più affascinante così il mare, con la danza delle onde e il loro eterno ritorno.

Lerici (3)

Una spiaggia che diresti forse di altri luoghi, in questa nostra regione che strappa lembi di terra al Mediterraneo.
Questa è Lerici, nell’abbraccio del verde che la circonda.

Lerici (4)

Brilla quel mare di poesie e promesse, di sospiri e pensieri.

Lerici (5)

Il mare celeste che si intravede tra gli alberi.

Lerici (6)

E si giunge a Lerici, dominata dal suo Castello che ha una storia molto antica e che certo merita un ulteriore spazio.
Il Castello venne costruito dai Pisani nel XIII secolo e ancora sovrasta le case e il porticciolo di questo splendido paese.

Lerici (7)

Lerici e le sue case alte che narrano delle sua appartenenza a questa terra, un tratto distintivo che è una parola: Liguria.

Lerici (8)

Era primavera ma d’improvviso ho creduto di essere in estate.
Tanta gente, le giostre, gli innamorati seduti sul muretto, i turisti seduti ai tavolini dei bar, le coppe di gelato con la frutta fresca, le maniche corte e il sole in faccia.
E Lerici con la sua eleganza retrò.

Lerici (9)
Una domenica d’aprile, ancora doveva giungere il solleone.
E’ così la Liguria, ti regala giornate d’estate quando la stagione del mare è ancora lontana.

Lerici (9a)

Una bella piazza che è un’armonia di colori.

Lerici (10)

E il campanile, il cielo azzurro, le palme.

Lerici (11)

E certo qui si trascorrono incantevoli vacanze.
E qui è bello tornare.
Nel Golfo dei poeti, tra parole ed emozioni.

Lerici (12)

Attesa.
Le barche si cullano leggere, verrà il momento della partenza.

Lerici (13)

E qui è bello tornare, in questa regione impervia, la Liguria in salita delle creuze e dei cieli accecanti.
La Liguria del pesce appena pescato, del Vino delle Cinque Terre, del sole che brucia.
Del tono di voce un po’ sommesso, dei sorrisi mai troppo generosi, diciamolo.
E poi abbiamo una terra così, con le strade inondate di luce.

Lerici (14)

Liguria di case di pescatori, ormai hanno ben altro valore, certo.
Liguria di rosa e di caruggi.

Lerici (15)

Caruggi.
E da questa sola foto forse sarebbe difficile riconoscere Lerici, a meno che non la conosciate bene.
Ma quest’unica immagine vi racconta dove vi trovate.
E Liguria di caruggi.

Lerici (16)

E di scale e di sedie di metallo rosso.

Lerici (17)

Le ripide prospettive di Liguria, in salita.

Lerici (18)

E luce calda sulle case di biscotto.

Lerici (19)

Sinuosi, stretti, alti caruggi di Liguria.
Ovunque siano, questo panorama per me è casa.

Lerici (20)

E se alzi lo sguardo, per le vie di Lerici, anche qui i palazzi sono uniti dagli archetti.

Lerici (21)

Attraverso ogni vicolo, cammino da un caruggio all’altro.

Lerici (22)

E alzo lo sguardo a cercare il cielo, lassù, tra le case così vicine.
E io sono abituata a cercarlo così, dove appena lo si intravede.

Lerici (23)

E so anche che là fuori, poco distante, c’è il mare e  quella spiaggia di sabbia fine e delicata.

Lerici (24)

Nugoli di antiche case che si affacciano sul porticciolo, reti da pesca e gozzi, nella baia amata dai poeti inglesi.

Lerici (25)

Sabbia umida e gabbiani che sono i signori del litorale, la spiaggia è tutta loro in questa giornata limpida.

Lerici (26)

E ancora si sale, su per la mattonata.

Lerici (27)

E la vita cresce in posti impensati.

Lerici (28)

Si passa sotto agli archi tinti del color dei girasoli.
Colori d’estate e di riviera.

Lerici (29)

In salita, su per la creuza, con i vasi allineati uno accanto all’altro e addossati al muro.

Lerici (30)

Salite di ulivi e di scorci di costa che si intravedono tra le belle abitazioni di Lerici.

Lerici (31)

Salite, muretti, gatti e ancora salite di Liguria.
E mare, profumo di sale e sassi.
E voci allegre di bambini che salgono accanto a me.

Lerici (32)

E ancora, giare colme di piante grasse e rigogliose.

Lerici (33)

E poi ancora salita.
E come spesso accade in Liguria si cerca il mare tra le case.
Dov’è il mare?
Oltre i muri, le finestre, i vetri i pensieri.

Lerici (34)

E infine lo sguardo incontra la collina verde e le case dolcemente posate su quel pendio.

Lerici (35)

E ci si trova ai piedi del castello maestoso che tutto predomina.

Lerici (36)

E ancora oltre a pochi passi, lo sguardo trova l’azzurro immenso e l’orizzonte.
E la memoria trova certe parole, sono i versi che Percy Bisshe Shelley scrisse nel 1822.
Lines written in the Bay of Lerici, così lui la vide, così ancora noi guardiamo quel mare.

I sat and saw the vessels glide
Over the ocean bright and wide,
Like spirit-winged chariots sent
O’er some serenest element

Mi sedetti e vidi le navi
scivolare sul mare luminoso e vasto,
come carri di spiriti inviati
sopra il più sereno elemento

Lerici (37)
Il mare grande e infinito che ispira ai poeti versi struggenti.
Il mare che ti si apre davanti agli occhi quando ti affacci dal belvedere e guardi verso quel braccio di costa l’azzurro disseminato di bianchi scafi.

Lerici (38)

E poi si ridiscende, verso il paese, verso altre scale.

Lerici (39)

Verso il porticciolo e i pontili, verso le acque calme di un giorno di aprile.

Lerici (40)

E qualcuno parte, con le reti a bordo per una pesca che sarà fruttuosa, in questo mare ricco e generoso.

Lerici (41)
E l’onda batte gentile sulla sabbia chiara, nel suo continuo fluire.
E risuona dolce il suo rumore, nell’incanto senza fine della baia di Lerici.

Lerici (42)

Dell’amore

Scrivo dell’amore.
E in verità forse non bastano le parole che conosco.
Che cos’è l’amore?
Le parole sono già nelle poesie, nei romanzi, le parole sono una dolce musica ed un richiamo.
E spiegano certe nostre inclinazioni, spiegano la nostra vita.

Who loves believes the impossible.

 Chi ama crede all’impossibile.
(Elizabeth Barrett Browning – Aurora Leight)

L’amore raggiunge attraverso strade sconosciute, a volte davvero neppure si sa come vi si è giunti.
Ci si trova in un luogo, dentro a un’emozione che riconosciamo come nostra, dentro a un battito che sovrasta ogni altro suono.
E quella cosa lì, secondo me, è l’amore.

All love is sweet, given or returned.
Common as light is love, and its familiar voice wearies not ever.

Tutto l’amore è dolce, dato o restituito.
Comune come la luce è l’amore e sua voce familiare non stanca mai.
(Percy Bisshe Shelley – Prometheus Unbound )

L’amore tocca certi nostri abissi, certe profondità che non sapremmo spiegare.
L’amore esce dai confini della razionalità, guarda con occhi velati di illusione, a volte l’oggetto dell’amore è trasfigurato dal nostro sentire.
Arduo descrivere, narrare e spiegare certe emozioni, lo fanno altri per noi, usando le parole che vorremmo saper dire.

If thou remeber’rest not the slightest folly
That ever love did make thee run into,
Thou hast not loved.

Se non ricordi la minima follia
In cui amore ti fece incorrere,
tu non hai mai amato.
(William Shakespeare – As you like it)

La misura dell’amore non è il tempo, la sua misura è l’infinito.
E’ il sempre, l’eterno, l’assenza del limite.
E qui risiede la nostra emozione, il desiderio e sentimento.

Love, all alike, no season knowes, nor clyme,
Nor houres, dayes, months, which are the rags of time.

L’amore, sempre uguale, non conosce stagione o clima,
Né ora, giorni, mesi che sono i brandelli del tempo.
( John Donne – The sunne rising)

Amare, camminare su un filo, con il rischio di cadere a causa del vento che sconquassa il nostro animo e che fa perdere l’equilibrio.
Puoi precipitare, perdere e dovrai rialzarti, ancora.
E non smetterai di amare.

‘Tis better to have loved and lost
Than never to have loved at all.

E’ meglio aver amato e perso
Piuttosto che non aver amato affatto.
(Lord Tennyson – In Memoriam A.H.H.)

E ancora cercherai altre parole.
L’amore non è una definizione, una frase, una parola sola.
E’ una musica d’orchestra nella quale non sai distinguere tutti gli strumenti che insieme creano quell’armonia.
Ha bisogno di aria, di spazio infinito, di quella assenza di confini che è l’essenza dell’amore stesso.
Ha bisogno di esistere, al di là della ragione.

Love is not love
which alters when it alteration finds,
or bends with the remover to remove.
O no, it is a never-fixed mark
that looks on tempest and is never shaken.

 Amore non è amore
se muta quando trova un mutamento,
o se è pronto a recedere quando l’altro si allontana,
O no, è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta senza esserne mai scosso.
(William Shakespeare – Sonetto CXVI)

Cadono le stelle

In queste notti cadono le stelle.
E allora guardi verso il cielo, verso l’infinito misterioso.
E qui la notte è gentile quando cadono le stelle.
Basta allontanarsi di poco, trovare il buio perfetto, senza luci.
E il cielo si mostra con le sue magie, con quella grandezza senza fine.
Cadono le stelle, quando ero ragazzina mi sdraiavo per terra e me stavo lì a fissare verso l’alto, in attesa.
E quando cadono le stelle, da anni ormai, le parole e i gesti sono sempre i medesimi.
Andiamo a vedere le stelle cadenti?
E allora alzi lo sguardo e aspetti.
E in sottofondo un concerto di grilli, i suoni del bosco e della natura.
E l’aria è fresca, sono dolci queste notti d’agosto.
L’ho vista! Oh, no io l’ho persa, che peccato!
Eccola!
No, quello è un aereo!
Chissà dove andrà, in questo cielo solcato da intermittenze.
E allora cominci a pensare a quanto è grande il mondo, a quanto è immenso l’universo, a cosa c’è oltre quelle stelle.
E cominci a fantasticare, a immaginare, a sognare.
Cadono le stelle, alcune sono appena il bagliore di un istante.
Cadono le stelle e per ognuna si esprime un desiderio.
Si avvererà?
Forse no, ma ogni stella che cade rappresenta una speranza, ti regala questo il cielo d’agosto, la speranza di realizzare un sogno, l’aspettativa del futuro e di nuovi inizi.
Cadono le stelle e a un tratto la vedi, luccicante e splendente, una striscia luminosa che attraversa il cielo.
Rapida ed effimera, come spesso sono le cose belle, sfavilla nelle tenebre e suscita un sobbalzo nell’animo.
Ed è emozione, stupore e meraviglia.
Cadono le stelle, ogni scintillio è un incantesimo.
Nasce un sospiro, un pensiero, un gioco dell’immaginazione.
Hai visto?
Le ho contate, ne ho viste quattro, l’anno scorso molte di meno.
Eccola laggiù, un’altra!
Ma ti ricordi quell’estate? Quella pioggia di luci che illuminava il buio?
Ancora cadono le stelle, a rischiarare la notte.
Per ognuno c’è una stella, là fuori, nell’oscurità.
E allora guardi verso il cielo, in cerca della tua stella.

Ye stars! Which are the poetry of heaven!
Voi stelle! Che siete la poesia del cielo!

(Lord Byron, Childe’s Harolds)

In viaggio verso Fontanigorda

Faccio questa strada da tutta la vita, è la strada che conduce alla verde Val Trebbia dove trascorro da sempre l’estate.
E la conosco bene, sono cresciuta facendo questo viaggio.
C’era un cielo cupo su Genova ieri, anche nell’immediato entroterra le montagne erano sovrastate da nuvoloni grigi.
E poi, d’un tratto, l’azzurro e una delle tante curve.

Verso Fontanigorda (2)

Una curva dietro l’altra, tra gli alberi e i centri abitati.

Verso Fontanigorda (3)

E scende, si piega dolcemente, per la gioia dei motociclisti e di coloro che amano guidare.

Verso Fontanigorda (8)

Oh, state attenti! Si preannunciano incontri interessanti!
Scende sinuosa la strada, tra i rami si nascondono le creature del bosco: a volte attraversano la strada e ci si ritrova faccia a faccia con un fiero daino.

Verso Fontanigorda (7)

Una curva dopo l’altra, verso i luoghi delle vacanze.

Verso Fontanigorda (8)

Seguendo con lo sguardo il profilo di queste superbe montagne.

Verso Fontanigorda (9)

Si viaggia verso la meta mentre il cielo diviene sempre più blu.
Quando ero piccola lungo il percorso contavo i cartelli stradali, sono certa che da bambini lo facevate anche voi!

Verso Fontanigorda (10)

Montebruno, un piccolo paesino molto curato con una storia antica e interessante.

Verso Fontanigorda (11)

E poi via, ancora altre curve.

Verso Fontanigorda (12)

E pare che non si finisca mai di girare il volante.

Verso Fontanigorda (13)

E l’aria è frizzante e pulita, le foglie sono verdi e brillanti, vi circonda la semplice bellezza di questa natura.

Verso Fontanigorda  (14)

Il Trebbia che si insinua tra le montagne con le sue acque gorgoglianti e chiare che levigano i sassi e le rocce.

Verso Fontanigorda  (15)

Qui, a Due Ponti, c’è un albergo e un ottimo ristorante.
E dopo pranzo, dopo aver assaporato gustose prelibatezze, potete andare ad sedervi su una comoda sdraio, sul prato che si affaccia sul fiume.
E’ un posto meraviglioso che merita certamente una sosta.

Verso Fontanigorda  (16)

Curva dopo curva, ancora.
La strada amata e decantata dal poeta Giorgio Caproni:

E’ una strada tortuosa.
Erta.
Tipica di queste nostre
zone montane.
Dovunque,
segnali d’allerta.

Verso Fontanigorda (17)

E a volte anche qui c’è un rettilineo, non ci facciamo mancare proprio nulla da queste parti!

Verso Fontanigorda (18)

Eccola lassù Fontanigorda, manca davvero poco!

Verso Fontanigorda (19)

Il bivio e la strada che sale.
E anche qui sono ancora curve.

Verso Fontanigorda (14)

E’ terso, limpido e chiaro il cielo in questa valle.

Verso Fontanigorda (15)

Un viaggio breve e piacevole, tutto attorno i prati, il profumo dell’erba e gli aromi del bosco.
Un’incantevole quiete, nel silenzio e nella pace della Val Trebbia.
Luoghi che conosco e frequento da sempre, luoghi che sono nel mio cuore.
Sono arrivata ieri in questa casetta immersa nel verde.
Ho aperto la finestra ed ho ricevuto il saluto degli alberi e delle montagne.

Verso Fontanigorda (22)

L’ascensore di Castelletto

Una città in salita, dal mare alle colline.
Come tutti i genovesi sanno, l’Ascensore di Castelletto collega Piazza Portello alla Spianata da dove si può ammirare lo spettacolo e la vista dei tetti.
L’Ascensore di Castelletto, di mattina presto c’è sempre qualcuno che corre!
A volte i minuti sono preziosi, si va di fretta verso la scuola o verso l’ufficio.
Altre volte invece c’è tutto il tempo del mondo per assaporare ogni istante e salire lassù a guardare Genova dall’alto.
E l’ascensore non è soltanto un mezzo di trasporto, è anche un luogo dell’anima, un viaggio che si compie mediante certi versi di un celebre poeta.
E sono le parole di Giorgio Caproni, una sua poesia ha reso memorabile questo luogo di Genova.
E le potete leggere prima di imboccare il tunnel che vi porterà in alto, sopra i tetti e i caruggi della Superba.

Caproni

Come si può raccontare un ascensore?
Immaginate di udire i vostri passi che rimbombano in questa galleria, accanto a voi c’è una signora anziana che cammina lentamente.
E poi c’è un bambino che corre e la mamma lo chiama.
– Aspettami!
Scene di ordinaria quotidianità, accompagnate spesso dal suono di una fisarmonica, certi estemporanei musicisti sostano sulla panchina a metà della galleria e si esibiscono con i loro strumenti.

Ascensore di Castelletto

E in questa parte il soffitto è piastrellato di bianco.
Un viaggio che chi viene a Genova non può perdere, si sale verso l’alto e in breve tempo si arriva in cima.
Ascensore di Castelletto (2)

E arriverete qui, l’ascensore  risale ai primi del ‘900 ed è un gioiello dello stile liberty.

Ascensore di Castelletto (3)

E come tutti fanno anche voi guarderete dal belvedere.

Castelletto (3)

E magari anche voi vorrete ammirare Genova più da vicino.

Castelletto (2)

E cercarla tra le ardesie, i terrazzi e i campanili.

Castelletto

Davanti alla ringhiera, con la coppetta di gelato tra le mani, con l’aria fresca che batte sul viso.
L’Ascensore sospesa sulla città, l’Ascensore per il Paradiso di Giorgio Caproni.

Ascensore di Castelletto (4)

E poi, come sempre ci sono tanti modi di guardare.
Provate a venire qui in una giornata di sole pieno e brillante.
Provate a guardare la luce che ravviva i vetri gialli e verdi e le ombre che si riflettono al suolo.

Ascensore di Castelletto (5)

Cartoline da Genova, cartoline dall’ascensore.

Ascensore di Castelletto (6)

Uno sguardo ai palazzi, agli alberi con i rami protesi.

Ascensore di Castelletto (7)

Non c’è nessuno,  si cammina.
E là dietro ci sono le case arrampicate sulla collina.

Ascensore di Castelletto (11)

E davanti il mare.
Il vetro, la prospettiva della città e il confine turchese.

Ascensore di Castelletto (9)
Giochi di nuvole, alture e finestre in cornice.
E quando a Genova il cielo è così e c’è vento basta soffermarsi ed attendere, le nubi verranno spazzate via e presto si potrà ammirare un nuovo quadro.

Ascensore di Castelletto (10)

E sarà celeste e sereno, tutta la città davanti agli occhi, tutte le pietre, le storie antiche e affascinanti, sotto il cielo di Genova.
Tutta la città davanti agli occhi.

Ascensore di Castelletto (8)

E tutto attorno la Spianata.
E questa è la stagione perfetta per frequentarla, è tempo di stare all’aria aperta, di passeggiare lenti, quasi pigri.
Senza alcuna meta, in realtà.
Si gira in tondo e si prende il fresco, uno di quei piccoli piaceri semplici che sanno rendere bella una serata d’estate.
Qui, sulla Spianata, con le colline alle spalle e di fronte al mare.
Qui, dove si arriva con l’ascensore di Castelletto.

Ascensore di Castelletto (12)

Giovinezza, genio ed eternità

Il genio, il genio è estro, creatività, illuminazione.
Nelle sue varie espressioni artistiche il genio è passione, spesso giovane età, a volte incoscienza.
Da sempre, ogni volta che leggo un libro o una poesia, quando osservo un quadro o ascolto una musica, ho l’abitudine di considerare l’opera d’arte e la sua dimensione temporale.
Quanti anni aveva il pittore che dipinse quest’opera?
E il compositore che ci ha tramandato questa musica immortale?
E il poeta che scrisse quei versi che ci toccano così nel profondo?
Quanti anni avevano?
Quanti di noi sanno rendere la propria vita immortale per mezzo del proprio genio?
L’arte è eternità, è vita che va oltre i confini del quotidiano, la grandezza del genio vive e respira nelle pieghe della bellezza, dell’armonia e della perfezione.
E l’arte spesso sboccia e si esprime in giovane età,  pensate al precocissimo talento di Mozart.
Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, visse 39 anni, ne aveva appena 22 quando dipinse questo quadro, Fanciullo con Canestro di Frutta.
Era invece ventottenne Ludwig Van Beethoven quando compose la Sonata per Pianoforte nr 8, nota come Patetica.
E 28 erano gli anni che aveva Egon Schiele quando morì, qui c’è un suo autoritratto che risale ai suoi 22 anni.
Giovinezza, caducità, genio.
E subito viene alla mente Giacomo Leopardi con i suoi tormenti, appena ventunenne scrisse l’Infinito, parla a noi e parla anche di noi, c’è sempre un filo trasparente che ci lega a certe parole.
Sono nostre, eppure non siamo stati noi a scriverle.
Sono nostre, quando non le capivamo quasi sembrava che ci annoiassero.
Le abbiamo comprese dopo, più tardi, quando siamo stati capaci di sostenere che quelle parole sono anche nostre.
Cos’è il genio?
Il genio è immaginazione e tormento, è inquietudine, a volte è incomprensione.
Il genio è manifestazione delle possibilità dell’uomo ma non è arte che si possa apprendere, alcuni nascono con questa scintilla che li fa brillare nel buio, li fa emergere ed essere altro rispetto alle moltitudini.
A volte per questo alcuni pagano un caro prezzo, la loro stessa felicità.
Il genio è rarità, se così non fosse forse non sarebbe tale.
Il genio.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien;
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, — heureux comme avec une femme

Io non parlerò, non penserò più a nulla:
Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
E me ne andrò lontano, tanto lontano come uno zingaro,
nella Natura – lieto come con una donna.

E questo è Arthur Rimbaud, nel 1870, a sedici anni.
Il genio è fragile, il genio è introspezione e riflessione.
E’ guardare il proprio tempo e nello stesso istante guardare oltre, forse senza neppure sapere che si supererà la barriera della proprio limite, il proprio tempo e la propria vita.

My foot is on the Tide!
An unfrequented road –
Yet have all roads
A clearing at the end.

Il mio piede è sull’onda!
Strada non frequentata –
Eppure tutte le strade
hanno una radura al termine.

E colei che cammina per questa strada non frequentata è la ventottenne Emily Dickinson.
Il genio percorre spesso sentieri accidentati, poco battuti, estranei ai più.
E poi trova una luce, a volte resta nel buio, a volte rimane a tormentarsi su strade irte di vetri e di ostacoli.
Ma è genio, è rarità, pietra preziosa.
E in certi momenti della nostra vita noi lo incontriamo, si insinua nelle nostre giornate, nei pensieri che non sappiamo esprimere, nelle parole che vorremmo dire se sapessimo pronunciarle.
Ci sono altre parole, non nostre ma ugualmente nostre.
E altre musiche, suggestioni, sentimenti, espressione di qualche genio che abbiamo la fortuna di trovare sul nostro cammino, a volte irto di vetri e ostacoli.
E allora ci si sente compresi, capiti, da qualcuno che non ci ha mai sorriso e neppure parlato, se non attraverso un quadro, un romanzo, una melodia o una poesia.
E questa è la grandezza del genio.
Tocca, freme, muove un sussulto.

O ye! Who have your eye-balls vex’d and tir’d,
Feast them upon the wideness of the Sea;
Oh ye! whose ears are dinn’d with uproar rude,
or fed too much with cloying melody –
Sit ye near some old Cavern’s Mouth and brood,
Until ye start, as if the sea-nymphs quir’d!

O voi! Che avete gli occhi affaticati e stanchi.
date loro felicità con la vastità del mare;
Oh voi! le cui orecchie sono assordate da aspri fragori,
o troppo le nutriste di intense melodie
sedete vicino all’ingresso di un’antica caverna e meditate
finché trasalirete, come al coro delle Ninfe Marine!

On The Sea, John Keats, composta nel 1817, a 22 anni

Mare (2)

Gli ulivi e il mare

Una giornata dal clima dubbioso, un cielo contrastato dalle nuvole.
Una strada che sale, sulle colline, oltre Polanesi.
E lo sguardo che si perde a seguire la costa che si apre in un abbraccio per accogliere il mare.
E allora si cercano le parole, le più vere le ha scritte uno dei massimi poeti di Liguria.
Versi che divengono nostri, genuina espressione del nostro sentire.

Ulivi

Pure colline chiudevano d’intorno
marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi
la faccia candente del cielo

 Eugenio Montale – Fine dell’infanzia (Ossi di seppia)

L’ulivo di Liguria che si protende sull’azzurro.
Lo sposalizio della terra con il mare.

Ulivo

Il cielo si incupisce, carico di pioggia.
Il mare diviene color dell’argento.
E tace l’ulivo, nessun vento smuove le sue foglie.

Ulivi (3)

La luce danza all’orizzonte.
E’ incerta, tentennante ma a tratti più decisa.

Ulivi (5)

E l’ulivo gentile si inchina alla costa e alle case, alle rocce e alle insenature.

Ulivi (2)

Gli ulivi di Liguria, forti e tenaci, coltivati a fasce.
Gli ulivi che narrano del nostro passato contadino e del nostro attaccamento alla nostra terra.

Ulivi (4)

Gli ulivi che incorniciano il panorama.

Ulivi (6)

Mentre la schiuma bianca e salina si dissolve evanescente contro gli scogli.

Ulivi (7)

E tacciono le colline scoscese, la chiesa e gli altri alberi che crescono rigogliosi accanto agli ulivi.

Ulivi (8)

Un istante.
E resta il cielo d’argento che si riflette sull’acqua, restano le foglie, sospese sull’orizzonte, mentre il sole pervicace continua la sua lotta con le nuvole.

Ulivi (9)

Resta la luce che si specchia nell’azzurro e illumina la superficie appena increspata dell’abisso.

Ulivi (10)

Silenzio.
Miracolosa pace.
Nessun rumore, neppure un soffio di vento.
Là, dove si compie lo sposalizio dell’ulivo e del mare.

Ulivo (2)