Natale e giochi in scatola degli anni ‘ 70

Quando arrivava il Natale noi che eravamo bambini negli anni ‘70 trovavamo sempre sotto l’albero certi grossi pacchi fasciati con la carta lucida e il fiocco grande e non vedevamo l’ora di aprirli!
Alcuni di quei regali erano i nostri amati giochi in scatola con i quali mi sono sempre molto dilettata, noi bambini degli anni ‘70 del resto non ci annoiavamo mai, se ben vi ricordate.
Dunque, il gioco dei giochi chiaramente era il glorioso Monopoli e tutti noi abbiamo avuto l’onore, una volta o l’altra, di conquistare Parco della Vittoria e Viale dei Giardini.
Ah, i giochi in scatola, che divertimento!
Ce n’era uno che mi piaceva un sacco, l’ho ancora a dire il vero, si chiamava Giro del Mondo.
Ora le regole non me le ricordo tanto però ho una memoria perfetta di quei viaggi sul tabellone, si andava veramente lontano e senza muoversi dalla cameretta, tra l’altro: era un’avventura e si scoprivano città dai nomi impensati come ad esempio Antofagasta che era davvero dall’altra parte del mondo e mi affascinava tantissimo, se avessi potuto sai partita subito per quella città, per me era un posto straordinario.
Negli anni ‘70 giocavamo alla Dama Cinese, a Tombola e poi qui si facevano partite interminabili a Non t’arrabbiare e i segnalini colorati che vedete qui in foto provengono proprio fa quella scatola.

E poi giocavamo un sacco con la Reginetta del Ballo, il mio gioco preferito del quale ho già avuto ampiamente modo di scrivere in questo post.
Invece non ho mai avuto L’Allegro Chirurgo però ci ho giocato tantissimo, vi ricordate quando con la pinzetta toccava il bordo metallico dell’alloggiamento e suonava tutto?
Ecco, insomma, io ho sempre saputo di non essere portata per fare la dottoressa, ne ero certa già allora!
Oltre ai giochi in scatola noi bambini degli anni ‘70 avevamo anche un altro passatempo prediletto: i puzzles.
Ecco, io ricordo con affetto certi puzzles con i pezzi molto grandi, quelli lì li avevo quando ero molto piccola e mi rammento di averli completati sempre con successo.
Poi c’erano quegli altri puzzles, due in particolare erano piuttosto complicati: in uno c’erano dei cavalli bianchi e nell’altro la Tour Eiffel.
Capite? Tre cavalli bianchi tutti insieme! E caspita, non si potevano mettere tre cavalli di colori diversi? La faccenda sarebbe stata molto meno complicata!
E non parliamo poi dell’affascinante Tour Eiffel, mi ricordo che diventai matta a completare quel puzzle.
Poi quando mi stufavo lo lasciavo lì e mi dedicavo ad altro: la bionda Barbie con il suo guardaroba era sempre lì ad aspettarmi, ovviamente.
E poi vi ricordate di noi?
Noi bambini degli anni ‘70 avevamo una fantasia formidabile, eravamo creativi ed entusiasti e davvero, sono certa di quello che dico: nei nostri giorni d’infanzia noi non ci annoiavamo mai.

Copricostumi, cuffie e ricordi d’estate

Aprendo la scatola dei ricordi so sempre che tra voi qualcuno conserva dolci memorie simili alle mie.
Di quel tempo là, quando eravamo piccoli, in quegli anni ‘70.
Quando si andava al mare per noi bambini come copricostume bastavano una maglietta e un paio di calzoncini e via, eravamo pronti per la spiaggia!
Le mamme e le zie, invece, a pensarci oggi, caspita erano sempre eleganti!
Eh sì, pure per andare al mare, ricordo certi abiti con fantasie sgargianti e certe cinture dorate: mia mamma aveva un copricostume giallo e arancio, una delle mie zie invece prediligeva il viola e il turchese.
E non mancavano mai gli accessori coordinati, come certe collane coloratissime e gli orecchini ingombranti.
Non parliamo poi degli occhiali da sole: in quelle estati là andavano di moda gli occhiali grandi, molto fatali, che ricordo!
All’epoca, tra le cose che sinceramente mi stupivano delle nostre vacanze al mare, c’era il rito di andare dal parrucchiere.
Io ricordo perfettamente il negozio, a poca distanza da casa, le poltrone tutte allineate e le signore pazienti e diligenti con i bigodini in testa sedute sotto il casco.
Mi pareva una cosa insolita, devo ammetterlo, io da bambina pensavo che in estate si potesse anche andare in giro con i capelli al vento, ecco!

Le mamme degli anni ‘70, invece, erano proprio di diverso avviso, intanto loro avevano la soluzione per proteggere i loro capelli.
Ve lo ricorderete tutti: all’epoca si faceva il bagno con la cuffia.
Eh, quelle cuffie erano spesse, coloratissime, impegnative, con certi fiori grandi sul lato o con altre applicazioni.
Per me fare il bagno con la cuffia era una faccenda anche un po’ fastidiosa, diciamolo, vuoi mettere la bellezza di sentire i capelli che scivolano sulla schiena seguendo l’onda e poi uscire con tutto il salino addosso e starsene un po’ sotto la doccia?
La zia, invece, la pensava proprio in un altro modo.
Lei faceva il bagno rigorosamente con la cuffia, nuotava con una certa grazia, andando al largo, poi a un certo punto scompariva e da lontano si vedeva solo il colore della sua cuffia.
Anche io da piccola qualche volta ho portato la cuffia, ho pure qualche fotografia che lo testimonia.
Erano bei tempi e in ogni caso, anche nelle cose che mi parevano strane, c’era sempre qualcosa di bello.
Ad esempio, quando si andava dal parrucchiere, fuori dal negozio c’erano tutte quelle ceste piene di pinze, fiocchi, mollettine e pettinini e specchietti e bustine e spazzoline.
E insomma, a volte se ci penso, mi sembra di essere ancora là, davanti alla cesta, a due passi dalla pizzeria.
C’è anche una musica che suona il lontananza, forse è una canzone di Marcella Bella o magari di Donna Summer.
Ho cento lire per il gelato, sarà difficile sceglierlo ma alla fine, lo so, sarà quello giusto per me.

Un panino alla spiaggia

Di tutti i ricordi del tempo d’estate questo è uno dei più belli.
Avrete anche voi memoria di certi sapori che erano i vostri prediletti in tempi diversi: ognuno ha la propria madeleine proustiana e a volte anche più di una.
Ecco, quando andavo al mare sulla riviera di ponente, in quella casa tanto rimpianta appartenente ai miei antenati, ogni tanto mi capitava di mangiare alla spiaggia.
La casa era sull’Aurelia, davvero a pochi metri dal mare, tornare a pranzare attorno a un tavolo era semplicemente un agio e un gradito momento di ristoro dalla calura estiva, il pranzo in spiaggia era invece una piacevole eccezione iniziata con i miei genitori e conservata da ragazzina con le mie amiche.
Ah, poi a dire il vero ricordo bene anche che alcuni andavano a mangiare nel ristorantino di uno stabilimento balneare dove servivano piatti di fumanti spaghetti con le vongole e all’epoca a me sembrava una scelta stravagante e particolare, chissà poi perché!
Io no, io mi portavo il mio amato panino con il pomodoro rigorosamente fasciato nella carta d’argento.

Dunque, il mio panino con il pomodoro è semplicissimo da preparare, la mamma lo ha sempre fatto con una bella rosetta.
Il panino va tagliato a metà ed entrambe le parti vanno generosamente condite con sale, olio, aceto e origano, quindi va imbottito con delle belle fette di pomodoro succoso e maturo della Riviera di Ponente, una delle delizie della nostra regione.
Ecco, il panino è pronto, una vera bontà!
E poi quel gesto: le mani che stringono il pane reso più morbido dalla carezza gentile dell’olio, il sapore dell’origano, l’aria del mare, la bibita con la cannuccia presa al baretto, le chiacchiere, le risate e una piacevole e bellissima consuetudine che ricordo davvero con nostalgia.
Seguiva poi, immancabile, il gelato di rito.
Seguiva poi l’estenuante attesa delle canoniche interminabili ore prima del bagno e devo dire che noi bambini degli anni ‘70 sbuffavamo un po’ ma eravamo piuttosto disciplinati, alla fin fine.
Ora non ricordo quando per l’ultima volta ho mangiato quel panino ma è successo davvero un sacco di anni fa.
Ricordo benissimo il rito della preparazione: la cucina con il tavolo turchese, la finestra spalancata e il canto delle cicale, la borsa di paglia e le ciabattine di gomma.
E una sola semplice delizia: il mio fantastico panino con il pomodoro.

Le nostre Barbie

E poi, un bel giorno, va a finire che su un banchetto del mercatino trovi le Barbie, proprio quelle con le quali ti piaceva giocare.
Oh, so bene che sto intavolando un argomento sul quale si potrebbero scrivere pagine e pagine e a dir tutta la verità io ovviamente ho ancora le mie Barbie e la valigetta con tutti i loro abitini variopinti e colorati, un giorno o l’altro ve li mostrerò!
Dunque, le nostre Barbie erano delle tipette ambiziose, bastava appunto dare uno sguardo al loro guardaroba: cappelli, scarpe, stivali di tutti i colori, calzoncini, gonne, completi sportivi, abiti da sera e vestiti per ogni occasione.
Alla Barbie del resto sta bene tutto, lo sappiamo.
E noi che siamo state bambine negli anni ‘70 abbiamo pure avuto il privilegio di possedere la Barbie con le gambe rigide, quella che riusciva a piegare le ginocchia è venuta dopo!
La Barbie è sempre stata bionda bionda bionda e io da piccola amavo moltissimo che avesse quei capelli dritti dritti dritti che in realtà erano pure un po’ spessi: nella vita vera le bionde naturali hanno in genere i capelli sottili, eh!
La Barbie invece no, lei è un’eccezione in tutto e i suoi capelli sono piuttosto spessi.

La Barbie ha poi gli occhioni grandi grandi e blu e mi pare di ricordare che le nostre bambole di quel tempo là avessero anche un accenno di trucco chiaro sugli occhi secondo lo stile degli anni ‘70.
Le mie Barbie hanno avuto la sfortuna di avere una padroncina un po’ disordinata, ammetto che spesso e volentieri mi ritrovavo con le scarpe scompagnate ed era una cosa piuttosto seccante!
So per certo di avere da qualche parte una scarpetta gialla, una sola, manco stessimo parlando di una moderna Cenerentola!
La Barbie poi aveva anche una sorellina più piccola, la mitica Skipper e pure lei era bionda e ricorderete che aveva la frangetta, io avevo ben due Skipper e trovavo che fossero due ragazzine piuttosto simpatiche, la nostra cara Barbie non sarebbe stata la stessa senza quella sorellina lì.
Sì, lo so, poi c’era anche il Ken, ricordo alla perfezione che il mio aveva un maglione a quadrettoni arancio e marrone, Ken era un bel ragazzo ma nel complesso mi pareva un tipo un po’ ingessato.
E poi a quell’epoca il nostro Ken aveva i capelli di plastica e questo mi lasciava perplessa, io non ho mai capito perché non avesse  i capelli come la Barbie, chissà!
In ogni caso la nostra eroina era lei, la bellissima Barbie, con i suoi accessori rosa fucsia, la macchina decapottabile, la moto, la casa in ordine perfetto e l’armadio pieno di vestiti.
La Barbie nuotava, giocava a tennis, a golf, andava a cavallo e insomma, come sappiamo aveva una vita interessante e non si annoiava mai.
Io ho un bel ricordo di lei e credo sia stata una piacevole compagna di giochi per noi bambine degli anni ‘70.
Così eterea, bionda e inimitabile: così Barbie come sempre è stata.

L’album delle figurine

Tutti coloro che sono stati piccoli negli anni ‘70 hanno avuto la gioia di dilettarsi con l’album delle figurine e a pensarci viene davvero un po’ di nostalgia.
Beh, a dire il vero anche i bambini che sono venuti dopo di noi sicuramente hanno avuto il loro meritato album, le figurine sono sempre state gioie dell’infanzia!
E in tutta sincerità non so neanche dire se fosse poi così importante completare l’album: la cosa bella era avere le figu, mi ricordo che le chiamavamo così.
E quindi, con un rito che si ripeteva puntuale, in certi specifici giorni papà tornava a casa dall’ufficio con i pacchetti di figurine, non vedevamo l’ora di mettere le mani sul malloppo, vi ricordate?
Ah, poi alcune figurine si ripetevano e si ripetevano all’infinito, accidenti!
Aprivi il pacchetto e c’era sempre quella là che avevi già trovato come minimo tre volte e la figurina di troppo se andava così a finire dritta nel mazzo di quelle da scambiare.
Spacchettare le figurine era gioia, attesa e divertimento vero ed era sempre accompagnato da quella tiritera che ancora tutti ricordiamo: celo manca, celo manca… e lo scrivo così perché noi lo dicevamo proprio così!
Insomma, non so quanti album di figurine abbiamo avuto noi fortunati bambini degli anni ‘70, mi viene in mente di scriverne perché l’altro giorno per puro caso ho trovato tra le pagine di un libro della mia infanzia il dorso di una di queste figurine che ora viene così elevato al livello di cimelio di quel tempo là!

Non mi ricordo proprio di quale figurina si trattasse anche perché, come molti di voi, ho raccolto figurine di tutti i tipi: di fiori e di animali, di Heidi e della mitica Barbie, non mi sono invece mai dedicata alle figurine dei calciatori perché il calcio proprio non mi interessava.
E comunque era sempre un bel divertimento mettersi seduta per terra con l’album e i pacchetti di figurine, sperando sempre di trovare quella là così rara che non capitava mai!
E vi ricordate? C’erano dei disegni composti da più figurine e quanto capitava di averne trovate due su tre diventavo particolarmente ansiosa di trovare la figurina mancante e il destino a volte me la faceva proprio sospirare!
E tuttavia era bello avere un album da completare: una volta terminato si metteva da parte e si aspettava di aver un nuovo album da riempire.
E ancora celo manca, celo manca e un nuovo mazzetto di figurine doppie da scambiare con gli amici: insomma, una di quelle cose che noi che eravamo bambini negli anni ‘70 ci ricordiamo proprio bene!

Enciclopedie e ricordi sparsi degli anni ’70

Eccomi qua: anche io stata una bambina che faceva le ricerche.
Per noi che siamo stati piccoli negli anni ‘70 era una consolidata consuetudine, prima o poi ti toccava metterti lì con pazienza, ritagliare le figure da quei libretti che compravamo in cartoleria e poi scrivere, scrivere, scrivere sul tema assegnato.
A me aiutava sempre la mamma, mi ricordo che ci mettevamo con i quaderni, i pennarelli e tutto l’occorrente sul tavolo della cucina.
Noi bambini degli anni ‘70 avevamo tanta fantasia ma non eravamo per niente tecnologici: ad esempio, per noi fu un cambiamento epocale l’introduzione del telecomando per la TV.
Dopo il passaggio dal bianco e nero al colore, che bello non doversi più alzare per cambiare canale!
E inoltre, ad esser proprio precisi, a parte il giradischi, il nostro più importante approccio con qualcosa che dovevamo saper far funzionare era l’iconica macchina fotografica che ricevevamo in regalo per la prima comunione.
Anche voi l’avete avuta, vero?
Era un grande classico, senza alcun dubbio: avevi otto anni, stavi diventando grande e avevi persino una macchina fotografica tutta tua, che meraviglia!
Sto divagando, scusate, tornando alle nostre ricerche come è ben ovvio noi non avevamo il web ma disponevamo di corpose e interessanti enciclopedie.
Serviva sapere qualcosa su un evento storico, su un personaggio particolare o su qualunque altro argomento?
Bastava aprire uno dei volumoni della UTET, la UTET sapeva tutto e rispondeva a tutto, sulle sue pagine si trovava il materiale per ogni tipo di ricerca.
Se poi l’argomento era invece la geografia allora io consultavo Il Milione, la leggendaria enciclopedia dalle copertina blu, era un sogno magnifico immergersi n quelle pagine.

Scuola a parte, Il Milione è sempre stato uno dei miei libri preferiti.
Mi facevo dei viaggi magnifici in Oriente e in Russia, quelle erano le mie mete preferite e poi mi soffermavo a leggere tutti gli usi e costumi di popolazioni lontane, era straordinario sapere che altrove la gente viveva in modo del tutto diverso da noi.
Poi, tra i miei diletti c’era anche quello di aprire la cartina e di leggere i nomi delle regioni e delle località, ci sono dei posti che mi hanno sempre affascinato, anche solo per il suono della parola.
Per un certo periodo ebbi quindi una particolare predilezione per la Scozia: al mare avevo conosciuto un ragazzino di Glasgow che divenne mio amico di penna e una volta tornata a Genova andai subito a cercare su Il Milione dove caspita abitasse il mio amico.
Trovare Glasgow fu un gioco da ragazzi, modestamente, inoltre c’erano pure tutti quei bei nomi come Cumbernauld, Stirling, Edimburgo, questa Scozia era veramente affascinante!
La musicalità delle parole mi ha sempre stregata e a tal proposito mi viene in a mente un episodio della mia infanzia che accadde in estate a Fontanigorda.
C’era questa signora bionda che abitava sotto di noi, ricordo perfettamente che un giorno lei mi domandò dove abitassimo a Genova.
Io avrò avuto otto o nove anni e con assoluta convinzione risposi sorridendo:
– In Via Nazario Sauro!
Per inciso non ho mai vissuto in quella strada e all’epoca non l’avevo nemmeno mai vista, solo che dovevo aver sentito da qualche parte il nome di quella via e mi era parso così musicale e piacevole, perfetto per un indirizzo!
Quindi perché no?
Cara signora bionda del piano di sotto, perdoni l’innocente bugia, è che proprio suonava benissimo quella via.
D’altra parte si sa: a noi bambini degli anni ‘70 tra un viaggio immaginario in Scozia e uno in Giappone la fantasia davvero non mancava.

La torta al cioccolato della Signora Mariuccia

La Signora Mariuccia era una mia vicina di casa.
Paziente, affabile, gentile e garbata, era una persona dalle molte doti: la Signora Mariuccia cuciva, lavorava a maglia e aveva, per così dire, le mani d’oro.
La sua era una famiglia numerosa, una di quelle che da sempre facevano parte di questo condominio in quegli anni ‘70 nei quali tutti si conoscevano, in quell’epoca luminosa in cui noi bambini ci trovavamo a casa di uno o dell’altro per giocare insieme dopo la scuola.
Erano anni diversi e chi li ha vissuti lo sa, io sono molto contenta di essere stata piccola ai tempi di Carosello, di Raffaella Carrà e della torta al cioccolato della Signora Mariuccia, abbiamo avuto una bella infanzia noi bambini degli anni ‘70.
La Signora Mariuccia, dicevo, era davvero una persona speciale e faceva questa torta di cioccolato che è sempre stata la protagonista assoluta delle festicciole di compleanno che si tenevano in questo palazzo, infatti poi anche mia mamma imparò a fare questa torta di compleanno.
E non mancavano mai le candeline rosa, ovviamente!
Dunque, questa torta deliziosa ha la caratteristica di avere la parte centrale morbidissima e cremosa, in pratica quanto tagliate la fetta dovete vedere la parte finale della fetta quasi disfarsi nel piatto.
Io ho provato a fare questa torta un paio di volte e non mi è mai venuta: facevo sempre l’errore di cuocerla troppo!
Ci ho riprovato una volta in più, dopo che mia sorella mi ha svelato il segreto per ottenere la torta perfetta: appena il bordo sembra cotto bisogna toglierla subito dal forno, quindi fate anche voi così, mi raccomando!
Ecco quindi la ricetta della torta al cioccolato della Signora Mariuccia io ho dimezzato le dosi ma questa è appunto la dose originale per una torta di compleanno degli anni ‘70 con tanti bambini felici seduti attorno al tavolo, che nostalgia!

4 Etti di farina
4 Etti di zucchero
4 uova
2 Etti di margarina
1 Etto di cacao
¼ di Latte
1 Bustina di Lievito

Lavorare i rossi d’uovo con lo zucchero.
Aggiungere la margarina sciolta sul fuoco (non cotta) e amalgamare bene.
Aggiungere il cacao, la farina e il latte tiepido.
Infine aggiungere i bianchi montati a neve e il lievito.
Mettere il composto in una tortiera imburrata e infornare a caldo (180°/200°) per circa 20 minuti.

Ed ecco fatto, è una ricetta anche piuttosto veloce e semplice se riuscite ad azzeccare il tempo di cottura.
Per me è anche un dolce ricordo d’infanzia e credo che la signora Mariuccia sarebbe davvero contenta di sapere che grandi e piccini possono festeggiare il compleanno o qualche altro importante evento con la sua torta al cioccolato.
Io quest’anno ci sono riuscita, grazie di cuore, cara Signora Mariuccia!

La fontana di Piazza Roma

La fontana di Piazza Roma non è la prima che incontri arrivando a Fontanigorda, tuttavia per me quella lì è sempre stata “la fontana” o comunque una delle mie preferite del paese.
La fontana di Piazza Roma si trova in una zona dove terminano diverse discese – o dove iniziano diverse salite, a seconda dei punti di vista, ecco – e per questa ragione, negli anni della nostra infanzia spericolata, quando cadevamo rovinosamente dalla bicicletta andavamo a bagnare i graffi con l’acqua gelida della fontana e secondo noi passava tutto.
Insomma, noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 eravamo anche un po’ selvatici ma ci sapevamo arrangiare.
E quando correvamo a perdifiato e arrivavamo da quella fontana lì in genere salivamo in piedi sul bordo, piegavamo le ginocchia e con le mani posate sulla fontana bevevamo quell’acqua fresca fresca e ristoratrice.
Che ricordo e che bellezza!
Non eravamo gli unici, chiaramente, a bere alla fontana, alle volte poi lo si faceva con la coppetta del gelato oppure con il bicchierino di plastica richiudibile che la mamma teneva in borsa.
Io non so a voi ma a me pareva sempre che quel bicchiere dovesse chiudersi all’improvviso proprio mentre stavo bevendo, non mi fidavo mica tanto di quell’affare lì!
La fontana di Piazza Roma era poi molto comoda perché noi andavamo sempre a giocare là vicino, a poca distanza c’è infatti il nostro muretto preferito per giocare con le perline.
E apro qui una nostalgica parentesi in ricordo delle tante perline perdute quando, per sfortuna, ti cadeva per terra la scatoletta.
Era una delle cose peggiori che potesse capitare, accidenti!
Ve lo ricordate anche voi vero quanto era difficile recuperare le perline cadute tra gli avvallamenti dell’asfalto?
Ammetto che alle volte, dopo averne raccattate un po’ con l’ago e con certosina pazienza, mi arrendevo e alcune le lasciavo lì, ci voleva un sacco di tempo a tirar su le perline!
Inoltre, per fortuna c’erano sempre le due fornitissime mercerie e anche il mercato al martedì, non rischiavamo certo di restar senza perline per i nostri braccialetti.
E ritorniamo alla nostra cara fontana di Piazza Roma che risale al 1966 ed è decorata con piccola scultura marmorea della Pietà.
In quegli anni ‘70, in quel tempo che era così diverso da questo, su questa piazza di Fontanigorda si affacciavano l’Albergo Fontanella e l’Albergo Roccabruna, quest’ultimo edificio è stato poi con successo convertito in un complesso con abitazioni private.
Eh, ma quando c’era ancora il Roccabruna io mi ricordo bene che i camerieri dell’albergo andavano alla fontana con le brocche a prendere l’acqua deliziosa per i loro clienti.
E anche altre persone avevano questa bella usanza, si andava là con la bottiglia di vetro e si metteva in tavola l’acqua fresca di Fontanigorda.
Io vado sempre a bere a quella fontana, però non salgo più in piedi sul bordo.
La scatola con le perline la tengo a casa in un armadio, penso che potrei fare decine e decine di braccialetti e collanine.
L’acqua sgorga sempre gioiosa dalla fontana di Piazza Roma, fluisce come il tempo che fugge via, a volte, in una maniera che non si sa spiegare.

Feste di compleanno

Le nostre feste di compleanno: noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 ce le ricordiamo molto bene.
Per ognuno di noi la fatidica data era un piccolo evento di grande importanza al quale partecipavano i nostri compagni di classe e gli amici più cari, il compleanno poi si festeggiava rigorosamente a casa propria.
A tal proposito, forse ve ne ricorderete, c’erano due categorie di bambini che all’epoca delle scuole elementari ci parevano, per così dire, più sfortunati degli altri: innanzi tutto mi riferisco a quelli che compivano gli anni in estate, ognuno di noi in quella stagione trascorreva le vacanze in un luogo diverso e chi era nato nei mesi estivi non festeggiava mai il compleanno con i compagni di scuola.
Ancor più sventurati mi sembravano quelli nati il 25 dicembre o comunque a ridosso del Natale, più che altro per il fatto che per loro c’era il rischio concreto di ricevere un unico regalo cumulativo e questa mi pareva un’intollerabile ingiustizia!
Tutti noi altri che invece per puro caso eravamo venuti al mondo nei periodi giusti seguivamo il rituale consueto della festicciola in casa.
Nei favolosi anni ‘70 si usava offrire ai propri amichetti delle ottime merende preparate dalle nostre mamme: c’erano sempre i panini tondi con in mezzo la fetta di salame, le pizzette, i tramezzini, le aranciate e le bibite gassate da bere con le cannucce nei bicchieri grandi.
Alle nostre feste di compleanno poi non poteva certo mancare il fotografo di famiglia, nel mio caso era mio papà a scattare un certo numero le foto che poi venivano stampate e accuratamente riposte negli album insieme a quelle degli altri momenti importanti delle nostre vite.
E così i nostri ricordi se ne stanno ancora là, protetti da leggere veline.
E c’era la torta al cioccolato con le candeline rosa sopra e quella foto lì, fatta mentre si soffiava per spegnerle, era decisamente la più importante.
Eravamo bambini semplici e ci divertivamo con poco: una corda per saltare, una cesta di pentolini, un album da colorare con i pennarelli, i vestiti e gli accessori della Barbie, quelli poi non finivano mai!
E quando era la nostra festa avevamo sempre da aprire i pacchettini donati dagli amici, il nastro e la carta lucida racchiudevano quelle piccole grandi cose che ci rendevano semplicemente felici.
E secondo voi da quale negozio venivano i regali più belli?
E certo, proprio da quel negozio là!
Ho ritrovato un sacchetto in cantina e non mi ricordavo nemmeno di averlo, quando ho visto le faccine gialle e sorridenti alla fine ho sorriso anch’io.
E così mi sono tornate in mente le nostre festicciole, le candeline accese, le foto ricordo, le treccine e le gonnelline a pieghe, i gilet fatti a maglia dalle nonne, i birilli di plastica, le calze bianche e molte altre cose che non ho scritto qui ma che appartengono a quegli anni là.
Erano i giorni belli di tutti noi che eravamo bambini negli anni ‘70.

Le bambine con le spille

Le bambine con le spille eravamo proprio noi.
Poi siamo diventate delle ragazzine con una raccolta di dischi da conservare gelosamente, avevamo pure le magliette con le immagini dei nostri cantanti preferiti, io ne ho possedute diverse dei Duran Duran ed ero particolarmente fortunata perché me le portava mia zia da Londra.
E poi certo, anche allora usavamo le spillette, io ne conservo ancora una degli Who: all’epoca non era certo uno dei miei gruppi preferiti ma avevo circa 14 anni e tenevo una fitta corrispondenza con un amico di penna in Scozia, era un ragazzino che avevo conosciuto al mare e una volta mi inviò una selezione di 45 giri e pure questo gadget per me abbastanza originale.
Più o meno in quel periodo noi ragazzine di quel tempo là eravamo piuttosto affascinate da un certo Terence: sto chiaramente parlando del grande amore di Candy Candy, non so nemmeno se sia il caso di specificarlo in quanto per noi era davvero una sorta di celebrità.
E sì, tra un compito di algebra e un riassunto noi guardavamo i cartoni animati.
Io poi Terence lo ricordo come una travagliata versione moderna del principe azzurro, una mia cara amica dell’epoca ne era letteralmente ammaliata.
Eravamo ragazzine un po’ sognatrici, che volete farci!
E prima di allora siamo state quelle bambine che si preparavano la merenda con il Dolce Forno, quelle che avevano un corredo di vestiti all’ultima moda per le Barbie e quelle che avevano il telaio di legno per fare i braccialetti di perline con il nome.
E poi, ad essere sincera, non sembra nemmeno passato tutto questo tempo, le memorie belle hanno lo straordinario potere di rimanere vive e presenti.
E da qualche parte, siamo ancora i bambini che siamo stati, io di questo sono davvero sicura.
Io poi ho conservato molti oggetti cari della mia infanzia e quando mi capitano tra le mani è sempre un’emozione ed è quello che è accaduto l’altro giorno quando, aprendo una scatola di latta, ho ritrovato alcune spille appartenute a quella me bambina che ogni tanto mi piace ricordare.

So che queste immagini saranno forse una memoria dolce per molte di voi, le ritrovavamo sui quaderni e sui diari di scuola.
Alberi e fiori, gattini e cappelli di paglia, bimbette con grembiulini chiusi sulla schiena con grandi fiocchi, un piccolo universo romantico, quello era il mondo di Holly Hobbie e Sarah Kay ed era anche il nostro.
Ed ecco così le mie spille, ritrovate in scatola insieme alle collane e agli anellini, sono cose del tempo passato che conservo ancora in un cassetto.
Un ricordo di noi che eravamo le bambine con le spille, una piccola memoria che mi strappa un sorriso.
Perché da qualche parte siamo ancora i bambini che siamo stati, io potrei giurarci.