Il censimento.
Sospiro, profondo e carico di rassegnazione.
La nazione intera, nella giornata di ieri, si è connessa all’apposito sito predisposto dal Ministero per la raccolta dei dati necessari al censimento della popolazione.
Come da copione, è stato un Armaggeddon.
Il cervellone centrale, obnubilato dai troppi contatti, ha dato forfait e i cittadini solerti che si erano connessi al sito, come da disposizioni, si sono ritrovati in serie difficoltà.
Ecco.
E’ che in realtà gli italiani, in fondo, sono precisi, puntuali e di parola.
Come gli svizzeri, per dire.
E se a noi qualcuno dice: “Ragazzi! Ci si vede il nove, eh! Non mancate, c’è un censimento da compilare!”
Ecco, se a noi qualcuno dice così, noi ci presentiamo.
Puntuali.
C’è quello che porta da bere, uno che arriva con un cabaret di salatini, un altro si è fatto carico dei dolci.
Abbiamo suonato il citofono e niente.
Però passava di là una signora, stava andando a messa, per dire.
E così ci ha aperto il portone e noi siamo entrati.
E però, una volta che siamo arrivati sul pianerottolo, quello dei salatini si è attaccato al campanello ma nessuno ci ha aperto.
Eppure ci avevate invitato voi.
E noi siamo venuti, puntuali.
Solo che al Ministero, chissà perchè, dicono di noi che siamo un popolo di qualunquisti, pressapochisti e pure un po’ buffoni.
Mica vero.
Noi c’eravamo, puntuali.
E quello che portava i dolci, per dire, a un certo punto ci ha dato giù pesante con le imprecazioni, continuava a ripetere che la panna sui cavolini di Bruxelles cominciava a squagliarsi, che non si poteva aspettare ancora.
Allora, dal fondo della fila, un ragazzo ha avuto un’idea geniale.
Brandendo L’iPhone ha esclamato:
– Chiamiamo il numero verde!
E gli altri, tutti gli altri, a dire che sì, quella era la strada.
Ma lui, ecco, a prendere la linea non ce l’ha fatta.
Allora, mentre aspettavamo, qualcuno ha tirato fuori il modulo cartaceo, quello che ci avete mandato a casa, voi del Ministero.
E ci siamo seduti sulle scale, ognuno con il suo modulo.
E mentre stavamo compilando è arrivata l’ascensore: era un uomo del Ministero.
E noi, quelli che erano arrivati puntuali all’appuntamento, beh, dovevate vederci, sul pianerottolo!
Noi lo abbiamo accolto come il Messia, altroché!
E alla fine ognuno di noi, al modo antico, con carta e penna, ha raggiunto il suo risultato.
Però c’è una cosa che ancora non ho capito.
Nella sezione che riguarda i titoli di studio è contemplata l’opzione: non so né leggere né scrivere.
Mi resta da comprendere come caspita faccia a rispondervi, per iscritto, il tapino che si trovi in questa condizione.
Mah! Misteri del Ministero!
Categoria: Spilli
Incerte certezze
Sono giorni convulsi questi.
Scampato il pericolo del satellite, grazie al cielo.
Un pensiero va alla deliziosa giornalista che, sbarrando gli occhioni come suo solito e sbattendo le ciglia alla maniera di Jessica Rabbit, due giorni fa mi ha fatto andare per traverso il pranzo, sostenendo che gli scienziati sarebbero stati in grado di preavvertire la popolazione con un anticipo di circa venti minuti precedenti all’impatto.
Ce la faccio più o meno ad arrivare nel portone in quel lasso di tempo.
Pertanto, pro futuro, vi sarei grata se mi avvisaste con un certo anticipo, sufficiente a prenotare per me ed Experita un soggiorno in un’isola caraibica.
Ma non è finita qua, come già saprete.
Adesso si scopre che il neutrino pare che navighi a un velocità superiore a quella della luce.
Scardinate così, in un soffio, tutte le teorie che fino ad oggi reggevano le leggi dell’universo.
Che già uno che si chiama neutrino, scusate, ma come si permette?
Piccolo, perfido e infido.
La luce pare che non l’abbia presa benissimo, ha convocato immantinente una conferenza stampa e prossimamente sarà ospite nel salotto di Bruno Vespa dove intende farsi le proprie ragioni.
In studio sarà presente Renato Mannheimer che rivelerà i risultati di un sondaggio sull’affidabilità del neutrino e sulla crisi esistenziale della luce.
Tra gli ospiti saranno presenti l’elettrone, il protone, la particella d’ossigeno, il perossido di idrogeno, Alba Parietti e il professor Morelli, nonché il criminologo di turno che illustrerà le teorie complottiste in atto a danno della luce.
Come se non bastasse, la Nasa, pochi giorni fa, ha rivelato che l’estinzione dei dinosauri pare non sia dovuta alla caduta di un asteroide.
Migliaia di morti, nessun colpevole. Beh, a questo siamo abituati.
Comunque, per chiarire la situazione, andrà in onda uno speciale di Quarto Grado, con l’inviata in diretta proprio da là, dal luogo in cui si è sempre pensato sia caduto il famigerato asteroide.
E a proposito di dinosauri, sembra che in Canada siano state scoperte sedici piume imprigionate dentro un frammento di ambra.
Queste piume, a quanto pare, risalgono a ben 85 milioni di anni fa, quindi esistevano essere viventi capaci di volare in tempi assai precedenti rispetto a quanto si pensava.
E poi c’è questa faccenda del default della Grecia, notizie preoccupanti.
La gente vuole certezze, di questi tempi.
E meno male che qualcuno ci pensa, alla gente.
Christian De Sica sta girando, insieme a Sabrina Ferilli, il cinepanettone di Natale.
Secondo la classifica di Forbes, Bill Gates sarebbe l’uomo più ricco d’America.
Federica Pellegrini, vivaddio, si è tolta dalla caviglia il tatuaggio che ricordava il suo amore con il povero Luca Marin.
E’ iniziato, finalmente, “C’è posta per te”. Il pubblico è rimasto incollato ai teleschermi per vedere se quel cattivo padre è stato perdonato dalla figlia. Solite pause e silenzi infiniti all’apertura della busta, Maria che si aggira in studio su tacchi vertiginosi dispensando saggezza, il padre piange, la figlia pure, il pubblico è in delirio.
Ecco, altro che neutrini, asteroidi e satelliti: queste sono certezze.
Miss Fletcher e il mistero delle chiavi di ricerca
Miss Fletcher, ahimé affetta dall’inguaribile morbo della curiosità, di tanto in tanto non manca di buttare un occhio sulle chiavi di ricerca che conducono a questo blog.
I risultati, lasciatemelo dire, sono quanto meno stupefacenti.
Giorni fa, giustappunto, qualcuno è arrivato qui tramite Miss Cattaneo.
Avulsa come sono da certi contesti, ho presto scoperto che codesta giovinetta altri non è che Miss Svizzera, una bella fanciulla dai capelli castani e gli occhi cerulei. Chi è giunto qui in cerca di notizie ed immagini su di lei, è finito dritto sulla conchiglia della Venere di Botticelli, tra le braccia di Simonetta Cattaneo, bellezza certo di altri tempi ma che a Miss Italia avrebbe senz’altro potuto partecipare.
Mi domando, sarà rimasto deluso l’anonimo visitatore?
Mai quanto quello che approdò in questi lidi seguendo la seguente traccia: conversione Newton-Dyne.
Trattasi, a quanto pare, di un’ unità di misura della forza, della quale, tengo a precisare, ignoravo totalmente l’esistenza.
Ora, io capisco tutto ma, di grazia, come caspita è possibile che si arrivi qui tramite un’unità di misura a me ignota e che non ho mai sentito nominare?
Avviso ai naviganti: se siete in caccia di formule matematiche, equazioni, nozioni di fisica quantistica ed affini, sappiate che da queste parti si brancola nel buio, non saprei in che modo esservi di aiuto.
Arrivo, più o meno, a quella faccenda del cateto costruito sull’ipotenusa, ma al momento mi sfugge tutta quella complicata faccenda dei seni e coseni, ad esempio.
E a quello che cercava Fletcher pianoforte che gli dico?
E a chi mi chiede a chi è dedicata September Morn?
Se qualcuno lo sa, gentilmente si faccia avanti, almeno risolviamo un mistero.
Ci sono poi le ricamatrici a caccia di schemi e di istruzioni per fare un biscornu.
Ma voi, care compagne di crocette, almeno potete trovare soddisfazione cliccando qualcuno dei blog delle creative qua a fianco, questo, per lo meno, mi è di un certo sollievo.
E là, nel mare magnum dei termini di ricerca, penso di aver scoperto una piccola pattuglia di lettori alla quale tengo in modo particolare.
Da quel che leggo, mi pare di intuire che ogni tanto da Miss Fletcher arrivino persone molto giovani, che vengono qui a cercare il riassunto di un libro, che forse dovranno raccontare a qualche esigente professoressa.
Ecco, a voi vorrei dire che se per caso capitate qui in cerca delle disavventure del fantasma di Canterville o di quelle di Lord Arthur Savile io spero che ciò che trovate in queste pagine vi diverta e vi interessi a tal punto da farvi venire la voglia di aprire l’anta della libreria di papà e di tirar fuori il volume nel quale potrete trovare quelle storie.
Chissà mai cosa ci troverete, che non ha notato quella là, quella Miss Fletcher!
E forse può darsi anche che quell’altro libro lì accanto vi possa interessare? Chi può dirlo, finché non lo terrete fra le mani non potete saperlo.
Non è tempo sottratto ad altro quello che si trascorre a leggere, è tempo donato alla propria persona, alla propria ricchezza interiore anche se, detto fra noi, concordo in pieno che passare dei pomeriggi sulle Catilinarie non sia esattamente il massimo, a diciassette anni.
Oppure sorbirsi tutta quella mortifera vicenda dei Malavoglia, la miseria, Aci Trezza, Bastianazzo. Nessuno può capirvi meglio di me, ve lo garantisco.
Vi dirò di più: tempo addietro, una signora di mia conoscenza , a me molto cara, scrisse un libro memorabile, in cui erano contenute alcune inestimabili perle, frutto della mente di studenti di qualche anno fa.
E allora magari guardate meglio nella libreria di mamma e papà, sono certa che troverete lo Stupidario.
A giorni inizia la scuola, non potrà che esservi utile sapere quali castronerie fareste meglio a non dire su Manzoni o su Leopardi, per di più divertendovi.
Passeranno gli anni e, non so come, ma ve lo posso garantire, accadrà anche voi: ricorderete persino Bastianazzo con grande, immenso affetto.
La tempesta
Con il consueto allarmismo apocalittico, oggi al telegiornale hanno annunciato che sul sole è in corso una tempesta elettromagnetica.
Pare che una nuvola di particelle sia beatamente in viaggio verso il pianeta terra e che questo potrebbe, forse, mettere in pericolo le telecomunicazioni: satelliti che non funzionano, cellulari a singhiozzo e navigatori che vi dirigono dalla parte opposta rispetto a quella verso la quale voi vorreste andare.
Hanno anche accennato alla probabilità che si verifichi nuovamente quello che accadde nel lontano 1859 e che pare sia noto come evento Carrington.
Allora, si dice, il telegrafo andò in tilt per diverse ore, alcuni macchinari presero fuoco, altri si misero a funzionare autonomamente.
Ne seguirono magiche aurore dai colori cangianti anche a latitudini dove, in genere, non è possibile ammirarle.
Il servizio si è chiuso con la solita confortante frase: in ogni caso, non si corre alcun pericolo. Vi lascio alle previsioni del tempo. Buon pomeriggio.
Miss Fletcher, conscia dell’ incombente situazione e dei suoi probabili rischi, ha attuato tutte le contromisure necessarie per sopravvivere ad un eventuale tracollo della connessione ed altre amenità.
Se, nei giorni a venire, non doveste più trovare mie tracce qua sopra, puntate fiduciosi lo sguardo verso nord, e con un po’ di pazienza attendete.
Quando vedrete levarsi nuvolette di fumo regolari ed intermittenti, mettetevi comodi ed apprestatevi alla lettura: quella sono io che, comodamente seduta a gambe incrociate davanti al mio tipì, mi appresto a comporre il prossimo post.
Dicono che un eventuale black out non dovrebbe durare troppo, e riguardo agli altri effetti collaterali non nutro eccessive preoccupazioni.
Voglio dire, se l’aspirapolvere decidesse di mettersi a fare le pulizie da solo, in perfetta autonomia, non avrei proprio nulla in contrario, ecco. L’essenziale è che non si metta in moto nottetempo e non cominci a girare per casa come un indesiderato fantasma, anche i vicini, oltre tutto, potrebbero avere qualcosa da obiettare.
Per il resto, gli lascio campo libero. E lo stesso vale per la lavatrice, il ferro da stiro, il frullatore.
Ragazzi, fate pure ma, mi raccomando, rispettate i turni e vedete di partire uno per volta, altrimenti qui rischiamo l’anarchia.
Se poi, per un ulteriore effetto della tempesta, l’ago da ricamo volesse gentilmente completarmi la cornice del quadro di Shakespeare, gliene sarei grata dal più profondo del cuore.
In fondo ne ho già fatta più di metà, non mi sembra di pretendere troppo.
Altro non mi turba.
Ho una riserva di pesto nel congelatore, sempre che non salti la corrente: nel qual caso mi toccherebbe buttare due chili di trenette e dare un party, evento che potrebbe anche presentare risvolti interessanti.
Al momento mi trovo in un ameno paesino ricco di sorgenti d’acqua, pertanto di sete non dovrei morire.
Dispongo di una riserva di aida e moulinè sufficienti per dedicarmi al mio amato punto croce da qui all’eternità e sto leggendo un paio di libri parecchio interessanti, candele ne ho ed altro non mi serve.
Domani mattina, sonno permettendo, non mi dispiacerebbe svegliarmi presto per assistere, emozionata ed attonita, allo spettacolo di eventuali aurore striate di verde, di rosa e di blu, sarebbe molto bello vederle.
Ora vi lascio, con questo rumore faccio un po’ fatica a scrivere.
C’è il phon che mi ronza intorno ed insiste per farmi la piega e mi tocca dargli retta.
Certo che se devo spiegargli che dopo il getto di aria calda bisogna usare quello d’aria fredda, proprio non andiamo d’accordo.
La regina della casa
Ognuno ha le proprie idiosincrasie.
La mia, lo ammetto, consiste in un’avversione naturale e spontanea per i lavori domestici.
Passi per pulire la cucina, se si presta un minimo di attenzione il risultato è garantito abbastanza a lungo.
Sul bagno sorvolerei, una volta terminata la stancante impresa, bisognerebbe fare i bagagli e trasferirsi in albergo.
Non sottovaluterei, oltre tutto, il fatto che vi si trovano profumati campioncini di bagnoschiuma, la cuffietta monouso per coprirsi i capelli, asciugamani stirati alla perfezione e, se per caso schizzi l’acqua da tutte le parti, in fondo non è un problema tuo.
Soluzione ottimale, direi, anche se forse lievemente dispendiosa.
Tra le mie fortune, c’è quella di aver delle amiche che, in fatto di pulizie, sfiorano quasi la nevrosi.
Una, quando cucina, lo fa dotata di straccetto, da passare immantinente su ogni minima goccia che disgraziatamente dovesse caderle da qualche parte.
Il risultato, va da sé, è che il suo tavolo è sempre asettico, come quello del Dottor House, si potrebbe serenamente farci un’operazione a cuore aperto senza timore di infezioni.
Un’altra ogni tanto mi trascina allegramente a guardare i detersivi.
Ora, io le voglio bene ma, in tutta sincerità, non riesco ad entusiasmarmi per un detergente per pavimenti, che sia all’odor di pino o alla vaniglia poco importa, stazionare un quarto d’ora davanti a flaconi di plastica colorata non mi pare interessante.
Invece per lei sembra che sia più esaltante che trovarsi di fronte all’espositore di Dior, cosa che sono disposta serenamente ad accettare, purché non si pretendano da me eccessive manifestazioni di giubilo.
Un’altra amica, invece, ha una vera e propria filosofia sulla mistica dello stendere.
Potrebbe tenere dei cicli di conferenze in merito, dare alle stampe manuali d’istruzione ad alta tiratura, ne sono più che certa.
Io non lo sapevo, ma dietro lo stendino pare si nasconda un mondo, con tutta una serie di rituali al limite dell’esoterico riguardanti la scelta delle mollette, la disposizione degli indumenti per tipo e per colore, secondo una logica vagamente teutonica che fatico a comprendere.
Il mio stendibiancheria, per usare una metafora artistica, è molto pop art, alla Warhol; quello della mia amica, invece, è come una natura morta di Morandi, lindo e ordinatissimo.
Stirare, poi, è un’altra attività non molto divertente e, a parte il fatto che sovente mi provoco ustioni non proprio trascurabili, la lotta alle pieghe è facilmente impari: spesso vincono loro, ahimé.
Detto ciò, sono una gran cuoca. Non è per immodestia, ma tra mestoli e pentole me la cavo bene e per me è già un discreto risultato.
Bisogna tuttavia considerare che la buona riuscita delle mansioni casalinghe non dipende sempre dalla nostra volontà.
Certo, costanza, precisione e passione aiutano, ma la faccenda si complica quando capita di avere a che fare con macchinari mefistofelici che si rifiutano categoricamente di collaborare.
Sabato, precisamente alle ore 13.05 la lavatrice si è ammutinata.
Era ovviamente a pieno carico e, d’un tratto, ha cominciato ad emettere un rumore sinistro, tipo lo Shuttle in fase di decollo.
L’oblò faticosamente faceva mezzo giro per poi fermarsi, poi ripartiva e si ribloccava.
Sono stata in sua contemplazione per circa dieci minuti indi ho preso il telefono e ho chiamato l’angelo della misericordia, ovvero la suddetta amica Premio Nobel per l’arte del bello stendere e con voce tra l’allarmato e il perplesso ho pronunciato la fatidica frase:
– Houston, abbiamo un problema…
Lei abita al piano di sopra, per fortuna.
Dopo svariati vani tentativi, finalmente è partita la centrifuga.
L’amica gentile, dopo avermi comunicato affranta la prematura dipartita del suo aspirapolvere, avvenuta nella prima mattinata del medesimo giorno, mi ha proposto di lavare le mie cose da lei, ma io, fremendo dal desiderio di passare il pomeriggio a strigliare e strizzare, ho declinato l’offerta.
E’ stata una gioia inenarrabile lavare tutto a mano, davvero.
Comunque, con un certo disappunto, mi duole annotare che sabato probabilmente era la giornata mondiale degli elettrodomestici suicidi.
Infatti, a causa di una specie di effetto domino dalle ragioni imponderabili, un paio d’ore dopo la lavatrice della mia amica del piano di sopra ha esalato l’ultimo respiro.
E’ partita, si è fermata, è morta. Defunta, per sempre.
Ovviamente di sabato. A luglio.
La mia credo sia in coma apparente o forse in fase di riflessione, come quegli uomini che ti dicono:
– Ho bisogno di tempo, forse io e te è meglio se per un po’ non ci vediamo.
Rispetterò i suoi spazi, s’intende.
Ma è con infinito orgoglio che vi annuncio che, nella stessa serata, la lavapiatti ha compiuto un intero lavaggio, e con pieno successo.
E queste, concedetemelo, sono soddisfazioni che ti fanno svoltare una giornata.
Neighbours
Come dicevo, da queste parti circolano personaggi ameni.
Il tizio qui sopra ha fatto una fugace quanto discreta apparizione qualche giorno fa.
Elegante e fiero, si è mantenuto a debita distanza, evitando cautamente inopportune manovre di avvicinamento.
Si è lasciato ritrarre in questa posa plastica e da principio mi pareva che sfoggiasse una certa aria di sufficienza e superiorità.
Ero in errore. Sospetto, semmai, che si trattasse di un caso di palese e manifesta vanità.
Timido e silente, non ha emesso un suono, nemmeno il più flebile cinguettio.
Silenzio assoluto, uno sguardo, carico di muta e reciproca simpatia, e poi via, verso nuove avventure.
Avendo mancato le presentazioni, mi è rimasta un’incertezza sulla sua misteriosa identità.
Forse lei potrebbe saperlo, immagino.
O qualcun altro tra voi, spero.
Comunque sia, che benedizione aver siffatti vicini di casa.
Dodici
Senza eccessivo clamore, qualche giorno fa, le agenzie di stampa hanno battuto questa notizia.
Dodici vulcani. Attivi. Alcuni superano i tremila metri. Respiro. Punto.
Ora, posto che c’erano anche prima di conoscerne l’esistenza e abbiamo campato egregiamente finora, gradirei sapere se quella sporca dozzina ha qualche probabilità di influenzare, nel prossimo futuro, le nostre vite.
Esiste la malaugurata ipotesi che i fantastici dodici decidano, da un momento all’altro, di eruttare allegramente tutti insieme? E di riscaldare, di colpo, le acque dell’Antartide?
Non che il Polo Sud sia proprio dietro l’angolo, tuttavia, se per caso sotto quegli oceani si scatenasse improvviso l’Armageddon, non è che quassù si corre il rischio di repentini spostamenti dell’asse terrestre, cambiamenti del clima, rivoluzioni di flora e fauna?
Ecco, vorrei saperlo, e se qualche luminare ferrato in proposito me ne rende edotta, gli sarò eternamente grata.
Si dirà, siamo appesi a un filo. Vero.
Ma almeno avrò il diritto di sapere se negli anni a venire dovrò circolare in flip flop e camicia hawaiana? Giusto per organizzarmi il guardaroba, non è che io abbia grandi pretese.
A volte le notizie arrivano così, inaspettate.
Stai seguendo un po’ annoiata il telegiornale e il giornalista, ammiccando con aria luciferina e sorridendo a trentadue denti, snocciola:
– Stanotte, alle 23.54 un asteroide del diametro di dieci metri sfiorerà la terra a 12.000 km di distanza. Non c’è rischio di collisione con il pianeta terra, vi lascio alle previsioni del tempo, buona serata.
Sigla, titoli di coda, panico.
Osservazione: se non c’è rischio di impatto, per quale diamine di motivo usano il verbo “sfiorare”?
Infatti, se diligentemente consultiamo il vocabolario il significato del suddetto verbo risulta il seguente: toccare impercettibilmente passando rasente a una superficie.
Quindi, il dannato asteroide se ne sta per i fatti suoi a 12000 km di distanza oppure tocca impercettibilmente l’orbe terracqueo?
C’è una discreta differenza, mi sembra.
E’ tutta una questione di termini, non so se mi spiego: prima stabilite cosa caspita faccia il vagante masso, indi scegliete il verbo.
Opterei, preferibilmente, per le seguenti alternative: l’asteroide transiterà, orbiterà, passerà, si avvicinerà.
Sfiorerà, cortesemente, no; a meno che non sia il caso di tenersi saldamente ancorati ai muri portanti di casa, sperando che il passaggio impercettibile non provochi qualche malaugurato sconquasso.
Non so, a volte mi perplimo per certe espressioni.
Sempre al telegiornale a volte dicono:
– Il ragazzo….
E si riferiscono, magari, a un quarantacinquantenne.
Poi, subito dopo:
– L’anziano…
E parlano di un sessantenne.
Dubbio: ma l’età adulta quanto dura, un battito di ciglia? Si passa così, inconsapevoli, dall’adolescenza alla senilità senza colpo ferire? Non è dato sapere, ma pare di sì.
A me va benissimo, comunque, essere definita ragazza.
In cambio, però voglio tutti i bonus correlati: andare in discoteca fino alle sette del mattino, dormire fino a tardi, ciondolare con le amiche all’ora dell’aperitivo, attaccare le foto degli attori sul diario, appendere in camera il poster di John Travolta.
E non farmi neanche minimamente sfiorare dal pensiero di vulcani e asteroidi.
Gli allegri musicanti del circondario
Vicino a casa mia abita uno studente di conservatorio: suona il pianoforte.
D’estate, con le finestre aperte, posso distintamente sentirlo esercitarsi con il suo strumento.
Tra i compositori mi pare che prediliga Chopin e quando studia ripete lo stesso brano all’infinito per ore. Normale, direte voi: deve imparare. Nulla da eccepire, è anche piuttosto piacevole starsene fuori adagiati al sole cullati da una Polonaise.
Poi io amo il pianoforte, ha un suono dolce, pieno, completo e, secondo me, non necessita di compagni di viaggio nelle sue digressioni tra le note.
Da un paio di mesi, tuttavia, il dopocena è allietato da una colonna sonora alternativa.
Al calar della sera, infatti, in un crescendo di acuti e virtuosismi, dal palazzo di fronte si leva prepotente il suono di un violino.
Lungi da me esprimere giudizi in merito alle capacità di questo emulo di Paganini, per il poco che ne posso capire mi sembra anche bravo.
Il solo, sgradevolissimo inconveniente è che il violino rievoca alla mia memoria immagini di devastante tristezza.
Ne ignoro il motivo ma, appena il dirimpettaio posa l’archetto sulle corde, mi si affacciano alla mente immagini di tundre gelate, desolanti steppe perdute dell’estremo nord battute dal vento e da tempeste di neve.
Auspicherei un incontro tra i due solisti, sarebbe di gran giovamento sia al mio umore che alle mie orecchie.
Tanto per non farci mancare nulla, con estremo disappunto di Miss Fletcher, universalmente nota per il suo carattere pacato e tollerante, da un paio di giorni si è palesato un suonatore di tamburi: tamburi africani, per la precisione, bonghi.
Non ho ancora capito bene dove caspita abiti il percussionista in questione ma, ovviamente, dovesse persistere coi suoi assoli domenicali, conto di sincerarmene quanto prima.
Cala indisturbato un insolito silenzio su questa sera di inizio estate e temo che questa pace non preluda a nulla di buono.
L’allegra compagnia dei musicanti, già lo so, ancora non è al completo.
